VITERBO – Il titolo, di per sé, potrebbe già essere motivo di vanto per la nostra città: “La gran Rosa de Viterbo”, di Francisco González de Bustos. Una commedia rimasta allo stato di manoscritto, approvata la prima volta il 19 dicembre 1602 con decreto della Santa Inquisizione che, prima del testo, alla formula scritta “Laus Deo” – dell’autore – “sujeto, y rendito, a la corrección de nuestra Madre la Santa Iglesia Catholica Romana” risponde favorevolmente, non contenendo “cosa che se oponga a nuestra politica ni buenos costumbres”. Nell’ultima pagina del manoscritto, con data 10 dicembre 1700, è una seconda approvazione, da parte della Santa Inquisizione, a una nuova rappresentazione teatrale: “Se puede representar asi lo siento salvo lic[encia] en este Conv.to de la Victoria de M.”. Probabilmente erano state apportate delle variazioni.

L’autore di questa scoperta, a mio avviso importantissima per i devoti a santa Rosa e per la storia stessa della nostra città, è il Prefetto Gianfranco Romagnoli, vicepresidente del Centro Internazionale di Studi sul Mito (CISM), delegazione siciliana con sede a Carini (PA), che ha condotto le ricerche, lo studio e la traduzione del manoscritto conservato nella Biblioteca Nazionale di Madrid, con il numero di catalogo Mss 16272. La commedia teatrale del XVII secolo prendeva spunto da fatti storici e dalla vita dei santi, ma fu con la Comedia nueva che si iniziò a dosare sapientemente il genere colto con quello più popolare, fino ad attirare tanto di quel pubblico che poi determinava il successo delle rappresentazioni e ne sollecitava a scriverne sempre nuove, confermando quel periodo come il “Secolo d’oro” per il teatro.

E’ importante ricordare, per meglio apprezzare il testo scritto sulla nostra Santa, che gli autori erano soliti prendere spunti storici, leggendari o comunque romanzati relativi alla vita dei santi. Il prof. Romagnoli, mettendo a confronto tre commedie dei santi fuori dei confini della Penisola Iberica, cita La mejor fior de Sicilia: Santa Rosolea (1672) e Santa Rosa del Perù (1699), ma soffermerà maggiormente il suo studio su La gran Rosa de Viterbo. La premessa della seconda carica del CISM siciliano, all’analisi del testo teatrale, si può così riassumere: “Questa commedia traccia un vivo e affascinante affresco storico della lotta tra Papato e Impero all’epoca di Federico II, con un rispetto della realtà degli accadimenti e dei personaggi – sia pure nelle grandi linee ma con qualche semplificazione e abbreviamento dei tempi – assai maggiore che in Los Españoles en Chile, dove la storia funge da semplice sfondo esotico, mentre qui è parte essenziale dell’intreccio”. La conclusione del prof. Romagnoli, poi, rafforza la fedeltà della rappresentazione: “Qui, invece, ci troviamo davanti a un grande quadro storico assai ben tracciato, con giusto dosaggio tra fatti reali ed episodi di fantasia attribuiti ai grandi personaggi della storia che vengono messi magistralmente in scena”.

Per chiudere questo mio secondo intervento, relativo alle rappresentazioni teatrali andate in scena su santa Rosa, di cui la precedente addirittura in prima nazionale a Viterbo nel 1952, riferirò le prime battute di apertura della commedia La gran Rosa de Viterbo.
“Esce santa Rosa con un fazzoletto agli occhi”.

“JUAN Rosa, figlia mia, quale tristezza ora ti affligge tanto? Cessa il tenero pianto che grava sulla tua bellezza. Anzi, non smettere, piangi, che così sei più bella, poiché con la rugiada si accresce ancora di più la beltà dell’Aurora. Ma è forza che il mio amore si affligga vedendoti così; cosa hai?”. “ROSA Padre e signore ahimè”. “JUAN Siediti, figlia, e dimmi: quali nuovi disturbi o mia dolce, cara adorata, portano sofferenza al tuo viso e perle ai tuoi occhi? La tua lunga malattia ti fa soffrire tanto?”. “ROSA No, signore, poiché ha il bene dell’immensa pietà di Dio”.

Maurizio Pinna

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