VITERBO – Il 30 marzo, in Vaticano, è stata inaugurata la mostra “Sculture Preziose – Oreficeria Sacra nel Lazio dal XIII° al XVIII° secolo” che vede la presenza prestigiose di molte opere provenienti dal territorio delle Diocesi del Lazio. Opere nascoste nelle sacrestie di piccoli comuni e antichi borghi del Lazio, portate in processione solo in occasione delle feste patronali, in gran parte sconosciute, memorie della fede e della devozione, spesso vissuta da piccole comunità parrocchiali.

 

Opere preziose per il valore materiale:  busti, croci, reliquiari in argento, bronzo, rame dorato decorato di pietre, ma soprattutto preziose per il valore spirituale che rivestono per le popolazioni che da anni le conservano. Alla cerimonia di inaugurazione ha preceduto una presentazione dell’evento da parte dei rappresentanti degli enti organizzatori: il dott. Antonio Paolucci direttore dei Musei Vaticani, la dott. Anna Imponente Soprintendente per i Beni Storici ed Artistici del Lazio e la dott. Benedetta Montevecchi della stessa Soprintendenza, coordinatrice ed organizzatrice della mostra.

 

Nel suo intervento il dott. Antonio Paolucci ha parlato del valore della bellezza “ Una persona va a Fondi, a Vetralla oppure a Montefiascone, a Veroli, ad Alatri – cito i primi paesi e cittadine che mi vengono in mente rappresentati in questa mostra – e capisce che grazie alla Chiesa la bellezza è stata nei secoli invasiva e pervasiva, è entrata dappertutto e ha fecondato tutto, anche i borghi più remoti. Se non avesse altri meriti, la Chiesa Romano Cattolica, questo basterebbe per consegnarle la gratitudine del mondo: avere regalato la bellezza a tutti, ma proprio a tutti. E’ quella che io chiamo la “carità della bellezza”. La carità è gratuità, è vedere come in piccole frazioni, in piccole parrocchie della campagna laziale, si sia depositata la bellezza affidata a questi straordinari argenti, spesso opera di grandi artisti. E per la realizzazione di queste opere la gente si è letteralmente tolta il pane di bocca. Trovo che questo sia bellissimo!”. Il dotto Paolucci ha anche parlato delle difficoltà nell’organizzare la mostra, dicendo “ Mi è piaciuta la resistenza che hanno fatto i parroci per prestare i loro capolavori a questa mostra. Il loro popolo è attaccato a tal punto a queste cose: hanno sempre paura che una volta arrivati poi non gli vengono più restituiti. Ma anche questo è un segno di quello che significa, dal punto di vista politico – e uso la parola “politico” nel senso alto del termine – il patrimonio artistico. È veramente qualcosa di identitario per le donne e per gli uomini del nostro Paese e lo si capisce in provincia piuttosto che nelle grandi città”

 

La mostra è il frutto del lavoro di anni curato dalla dott. Benedetta Montevecchi e dal suo gruppo di lavoro che ha selezionato e catalogato numerose opere delle Diocesi del Lazio. Il lavoro di ricerca è stato svolto in collaborazione con gli Uffici Diocesani per i Beni Culturali che nella nostra Diocesi di Viterbo ha visto impegnati prima don Ugo Falesiedi e poi l’ing. Santino Tosini. Come rilevato dal dott. Paolucci si è dovuto spesso affrontare la diffidenza e la paura della “sorte” degli oggetti e, aspetto veramente consolante dal punto di vista religioso ed identitario, la preoccupazione derivava per ciò che gli oggetti contenevano e non tanto per l’oggetto stesso. E così la paura riguardava proprio la possibilità che potessero venir meno le reliquie di San Bonaventura, oppure di S.Ippolito, ecc. piccoli frammenti che costituiscono fondamento e rifugio di intere generazioni di fedeli profondamente ed intimamente legati alla tradizione che proviene dalle fede dei martiri. La disponibilità a fornire gli oggetti richiesti nella nostra Diocesi è stata fortemente voluta dal Vescovo mons. Lino Fumagalli che ha accettato la richiesta proveniente dai Musei Vaticani e dalla Soprintendenza di offrire alla condivisione con tanti fedeli, che in questo periodo visitano la Basilica di San Pietro ed il Vaticano, un patrimonio di così grande bellezza e valore simbolico.

 

Sono esposti oggetti provenienti da Barbarano Romano, Bagnoregio, Blera, Farnese, Gradoli, Ischia di Castro, Montefiascone, Piansano, Proceno, Vetralla e Viterbo. Due di queste opere tra le più preziose sono state restaurate grazie al generoso contributo concesso dalla Fondazione Carivit, per interessamento del presidente Dott. Mario Brutti. La mostra, abbinata agli eventi di EXPO 2015, resterà aperta fino al 30 giugno ed in questo periodo l’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Viterbo ha in programma l’organizzazione di alcune visite guidate che potranno consentire ai fedeli delle nostre cittadine la visione complessiva di opere di straordinaria bellezza.

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