VITERBO – Il 17 gennaio apre la nuova Stagione Teatrale/Concertistica del MAT di Viterbo (via del Ganfione 16/18). Ubicato all’interno delle mura storiche, a pochi passi dalla centralissima piazza del Municipio, è punto di riferimento per chi vuole imparare, conoscere o solo testimoniare come spettatore all’arte musicale, coreutica, drammaturgica e circense.

 

Presieduto da esperti del settore, sede della compagnia Tetraedro e dall’associazione 4 Note Motrici, il MAT è un Circolo Culturale “a tutto tondo”: una fucina dove l’arte si crea, si nutre e si fa germogliare e sbocciare in serate alternative, di profondo spessore culturale e allegra convivialità.

 

22 gli eventi in programma fino al 24 aprile fra: Teatro, Musica, Danza e laboratori per adulti e bambini.

 

La stagione promossa dalla Compagnia Tetraedro sotto la direzione di Francesco Cerra, nasce con il sostegno di ATCL (Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio), Regione Lazio per la Cultura, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali del Territorio e la collaborazione con Dominio Pubblico, Teatro Argot , Teatro dell’Orologio, Hùrum Teatro, Quattro Note Motrici, All’Improvviso, Storie di Domenica – quest’ultimo evento è in collaborazione con Arci, Maninalto, Librimmaginari, Biancovolta, Methaphora, Giardini di Filippo, Il Cosmonauta e La Strada dell’orto.

 

Ad aprire la stagione del MAT sabato 17 gennaio alle ore 18:30 sarà lo spettacolo CARMEN CHE NON VEDE L’ORA di e con Tamara Bartolini e Michele Baronio.

 

La storia di Carmen che non vede l’ora è un’antistoria; non vuole essere favola e forse non sa essere neanche racconto. Non si fa prendere, deformare, comprimere in un’ordinata sequenza narrativa, non si piega a nessun finalismo ideologico e paternalistico. Non accade nella dimensione consolatoria dell’affabulazione. E’ orizzontale, non consente di fare scelte, di stabilire nell’occhio priorità o gerarchie. E’ una corrente, ci passa attraverso ed è ancora altrove. Possiamo solo balbettarla o “fare finta che”, prestando i nostri corpi ai “formati” con cui cerchiamo di incorniciarla. Noi donne lo sappiamo che avviene misteriosamente nelle nostre pance, in forma di promessa. Perché raccontare una storia è un atto di fede nel futuro, potente e provvisorio, come ogni promessa.

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