“Questi campi cosparsi di cenere infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava, che sotto i passi al peregrin risona. […] E fur città famose che coi torrenti suoi l’altero monte dall’ignea bocca fulminando oppresse con gli abitanti insieme.”

Con queste spietate parole Leopardi descrisse ciò che rimase dopo l’eruzione del Vesuvio nell’ottobre del 79 d.C. Le città di Pompei, Ercolano, Stabia e Oplontis vennero sepolte da circa 10 metri di materiale eruttivo, sbarrando ogni via di fuga agli abitanti.

In meno di due giorni tutto venne cancellato.

Trent’anni dopo Plinio il Giovane, testimone dell’accaduto, scrisse una lettera all’amico Tacito raccontandogli tutto ciò che aveva visto e sentito mentre si trovava a Miseno, a 30 km dal vulcano.

Questa testimonianza fu rilevante per ricostruire la successione degli eventi catastrofici.

Già qualche anno prima Pompei fu protagonista di diversi fenomeni sismici, in seguito ai quali gran parte della classe aristocratica si allontanò dalla città. Il 24 ottobre la terra tremò nuovamente, ma questa volta più intensamente. Un boato assordò le persone, i muri delle case si sgretolarono, l’aria divenne densa e irrespirabile e, sulla cima di quella che i pompeiani credevano essere una semplice montagna, comparve una nube di vapore.

Il grigio del fumo si fece accompagnare dal colore acceso dei detriti incandescenti, la pioggia imperversò, non fresca e consolatoria, ma aspra e bollente, fatta di lapilli e pomici violenti che, come piccoli meteoriti, sfondavano tetti e colpivano corpi.

Gli abitanti non scapparono, il terrore li rinchiuse nelle proprie case mentre attendevano invano che la natura si acquietasse. Dopo poche ore i muri cedettero e non rimasero che le macerie.

Gli abitanti di Ercolano si avvicinarono alla costa intenzionati a fuggire via mare, ma la colonna di cenere, fumo e lapilli che fuoriusciva dal cratere, fino a raggiungere i 32 km di altezza, si riversò su se stessa provocando una valanga incandescente e velocissima diretta verso la costa.

Questa valanga, o per meglio dire, flusso piroclastico, arrivò a percorre una distanza di circa 30 km e quando Plinio il giovane la vide avvicinarsi pensò di morire.

Gli scavi archeologici iniziarono nel 1748 e portarono alla luce un mondo sigillato per secoli sotto rocce vulcaniche. Lo strato di cenere e lapilli ha fermato il tempo, conservando, quasi intatti, moltissimi oggetti di uso comune che testimoniano come si svolgeva la vita a quel tempo.

Anfore, vasi, brocche, piatti, bicchieri, lanterne, bilance, affreschi raccontano la cultura romana del primo secolo.

Ad Ercolano sono stati ritrovati anche oggetti in legno come tavoli, sedie, letti, tempietti, bauli e addirittura una pagnotta di pane!

Non solo oggetti, ma anche persone, fotografate nell’ultimo istante della loro vita, intente a scappare o a coprirsi il viso, aggrappate agli ultimi secondi prima di soccombere a uno shock termico.

Oggi, grazie alla tecnica dei calchi in gesso, conosciamo i tratti e le espressioni di quei visi, l’aspetto rigido dei muscoli, il gonfiore delle vene.

A novembre di quest’anno sono stati rinvenuti i corpi di due uomini investiti dal flusso vulcanico presso la villa suburbana Civita Giuliana, una tenuta nobiliare affacciata sul mare.

L’affinamento della tecnica calcografica, ideata nell’ottocento da Giuseppe Fiorelli, ha permesso di restituirci un’immagine dettagliatissima dei due fuggiaschi. Questa tecnica consiste nell’introdurre una colata di gesso all’interno della cavità lasciata dal corpo, ormai decomposto, in seguito alla solidificazione del materiale vulcanico.

La prima vittima dovrebbe essere un ragazzo tra i 18 e i 23 anni, alto 1,56 metri. Indossa una tunica corta che gli lascia le gambe scoperte. Gli studiosi  assumo si trattasse di uno schiavo data la presenza di alcune vertebre schiacciate, probabilmente a causa dello svolgimento di lavori pesanti.

Della seconda vittima il gesso ha permesso di riprodurre con  precisione i lineamenti del viso. L’abbigliamento più articolato suggerisce che fosse il padrone, un uomo tra i 30 e i 40 anni, alto 1,62 metri.

Questo ritrovamento dimostra la rilevanza di un sito archeologico come Pompei, che non è solo meta di turisti, ma un luogo di continuo ricerca e formazione. Sono ancora più di 20 gli ettari da scavare a Pompei, che permetteranno agli studiosi di oggi e del futuro di portare alla luce testimonianze di un passato lontanissimo e recondito.

 

Carolina Catalano,

vincitrice del bando “Giornalisti in Erba” dell’associazione UniVerso Giovani