Fin dal principio la figura femminile ha sempre suscitato fascino e timore allo stesso tempo.
La capacità concreta di procreare, di portare in grembo una vita, ha da sempre dato potere alla Donna. Perché anche se la nascita di una nuova vita è il frutto dell’unione, alla pari, di un uomo e di una donna, chi che per nove mesi porterà in grembo quel seme non è di certo l’uomo per natura.

Il vedere giorno dopo giorno e il toccare con le mani l’evoluzione della gravidanza fa passare in secondo piano l’origine di questa gravidanza. Ciò è dovuto al pensiero concreto e al pensiero ipotetico-deduttivo che tutti noi, maschi e femmine, abbiamo.

Il pensiero concreto è il primo a svilupparsi ed è quello che ci fa percepire la realtà toccandola effettivamente; il pensiero ipotetico-deduttivo, invece, rispetto al precedente, si sviluppa in un’età più evoluta, ed è quello che ci permette ragionamenti con soli appigli astratti. Quando, però, abbiamo sotto gli occhi costantemente una realtà concreta, come può essere la crescita di una donna in gravidanza, il riportare alla memoria il ricordo dell’inizio di quella gravidanza, un evento dunque non percepibile concretamente nel presente, diventa per il nostro sistema nervoso più difficoltoso rispetto al constatare, fisicamente, il presente.

Ecco che, senza rendersene conto, tutto ciò comporta un mettere in risalto il ruolo principale giocato dalla donna, compagna, moglie, madre. Ciò è una ferita per l’orgoglio maschile, una ferita inconsapevole, ereditaria, non voluta, ma che fa reagire, trasformando quel dono in un dovere, quel privilegio in una condanna: “Tu sarai anche in grado di essere mamma, ma io posso essere padre, marito, lavoratore, uomo in carriera, governatore, giudice, imperatore. Tu solo madre”.

Pensiero arcaico ma istintuale, pensiero competitivo, protettivo per la psiche maschile. Cosi con il tempo la figura femminile iniziò ad essere associata ad unico ruolo sociale, mentre quella maschile ad un complesso, facendo cosi maturare la convinzione di un’apparente inferiorità della Donna. Per anni e ancora oggi in molti luoghi la donna non sa cosa significhi scegliere; non sa cosa sia l’indipendenza; non sa cosa sia la parità di genere sul luogo di lavoro, molte non sanno neanche cosa sia un lavoro retribuito; non sa cosa sia l’espressione di parere; non sa quali potrebbero essere i suoi diritti, semplicemente di essere umano; non sa cosa significhi essere rispettata o addirittura valorizzata.

Non si sanno certe cose se si cresce con la convinzione che l’amore sia un baratto e non uno scambio inestimabile; non si sanno certe cose se un dono ce lo incartano con la colpa (con il senso di colpa e del dovere); non si sanno certe cose se la società ci insegna tutt’altro; non si sanno certe cose se chi ci dovrebbe amare o chi ci ama ci insegna a sopravvivere e non a vivere; non si possono sapere certe cose perché gli anni passati pesano sulle spalle del proprio presente, più o meno attuale che sia; non si sanno o non si sapevano certe cose, fino a che il senso di ingiustizia o di giustizia non ha avuto il sopravvento, fino a che quella che era una ribellione al femminile non si è trasformata in una ribellione globale; fino a che il gioco di potere non ci ha annoiati, a tutti, anche ai maschi, anche agli Uomini; fino a che non è stato necessario istituire una “festa della donna”, una ricorrenza per riconoscere e riflettere sulle conquiste femminili.

Se da una parte, però, l’8 marzo è un orgoglio, un traguardo, una rivoluzione, dall’altra parte la sua celebrazione sottintende l’accettazione, spesso inconscia, di un’inferiorità, passata o presente che sia, del genere femminile. È infatti una data istituita per una triste ricorrenza, ma anche per ricordare e contrastare l’inferiorità del genere femminile, in primis dal punto di vista lavorativo ma purtroppo anche dal punto di vista fisico e sentimentale.

È un’occasione di sensibilizzazione per le donne per la propria autodifesa, sociale o personale che sia. Questo costante ricordare di vivere sull’attenti mentre da una parte è una protezione dall’altra parte riporta in vita quel passato preoccupato di far stare la donna al suo posto. E’ un riaprire una ferita, è un’inconsapevole accettazione dell’etichetta di inferiorità. È per questo che non ci dovrebbe essere questa giornata.

O perlomeno non un giorno all’anno.

Dott.ssa Claudia Florea
Psicologa Psicoterapeuta
Viterbo e Online
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