«’Sant’Antoni dal Campanel’: nella mia memoria di bambino questo nome ritmato si è impresso nel dialetto ferrarese che non ho mai parlato. Il nome – scrive Vittorio Sgarbi – usciva dalla bocca di mia madre come un’esclamazione, introducendo l’immagine  popolare di un Santo vecchio, barbuto, curvo, con il saio, un maialino che l’accompagnava e un bastone dal quale pendeva il “campanel”.
L’immagine aveva una universalità che intuivo dallo slancio con cui mia madre pronunciava il nome dell’insolito Santo. Non mi stupisce, quindi, di trovarlo a Sutri, con una festa di popolo che mi è stata descritta fin dal mio primo arrivo in città per diventarne sindaco. Entrai nella casa dove è ora l’altare di chi custodisce oggi l’immagine del Santo.
La festa prevede la sfilata storica delle cavallerie delle due società – “l’Antica e la Nuova” – che si snoda per le vie del centro.
I cavalieri sfilano sui loro cavalli, a due a due, per ritrovarsi sotto la casa del “festarolo” uscente, che ha conservato lo stendardo del santo per tutto l’anno, il quale, prendendo posto in cima al corteo, sfilerà fino alla piazza dove, dopo aver ricevuto la benedizione, passerà lo stendardo al nuovo festarolo sorteggiato dalla società di appartenenza. Questi allestirà nella propria abitazione un altare per accogliere in preghiera tutti i cittadini, che vorranno far visita al santo, ai quali verranno offerti dolci e bevande, per tutti gli otto giorni della festa, al grido di: EVVIVA SANT’ANTONIO!
La festa cade poco dopo l’Epifania, il 17 gennaio, il giorno della morte di Sant’Antonio nel deserto della Tebaide nel 356 d.C.
Non so perché sia così forte il culto di Sant’Antonio a Sutri, ma posso immaginarlo per la configurazione della sua necropoli che ricorda le grotte degli eremiti alle origini del monachesimo. In qualche modo la sua esperienza di fede anticipa quella di Francesco, che lascia tutto ai poveri.
Antonio era nato a Coma in Egitto intorno al 251, di ricca famiglia di agricoltori. Rimasto orfano prima dei vent’anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore, sentì presto di dover seguire l’esortazione evangelica: “Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri”.
Così, distribuiti i beni ai poveri e affidata la sorella a una comunità femminile, seguì la vita solitaria che già altri anacoreti facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.
Egli è destinato a un continuo peregrinare solitario, ritirato dal mondo ed esposto alle tentazioni del demonio, fermandosi in luoghi aspri, scomodi e difficili. Nei primi anni della sua lunga vita ebbe tentazioni fortissime, per resistere alle quali si allontanò dalla vita sociale e visse nelle tombe tra le rupi. Nella “Vita di San Paolo eremita”, scritta da San Gerolamo, si racconta dell’incontro nel deserto con Paolo di Tebe, con l’episodio del corvo che porta dal cielo un pane, e anche della consuetudine di Antonio di dormire coperto da un ruvido panno, in una tomba scavata nella roccia. Qui sarebbe venuto a tentarlo il demonio, lasciandolo spesso privo di sensi.
Nei suoi lunghi anni di penitenza, assalito dai dubbi, chiedeva conforto ad altri eremiti, che gli consigliarono di staccarsi ancora più radicalmente dal mondo. Allora, coperto da un rude panno, si chiuse in una tomba scavata nella roccia nei pressi del villaggio di Coma. In questo luogo sarebbe stato aggredito e percosso dal demonio; senza sensi, raccolto da persone che si recavano alla tomba per portargli il cibo, fu trasportato nella chiesa del villaggio, dove si riprese.
Con il tempo molte persone vollero stare vicino a lui e lo liberarono dal suo rifugio. Antonio allora si dedicò a lenire i sofferenti operando, secondo tradizione, “guarigioni” e “liberazioni dal demonio”, e annunciadosi con il suono del suo “Campanel”.
Un santo taumaturgo. Che ancora passeggia per le strade di Sutri, dorme nelle protettive grotte della necropoli, e vi attende al Mitreo».