I Turchi nel 1570 avevano invaso la veneziana Cipro occupando Nicosia ed assediando Famagosta. I veneziani chiesero aiuto agli altri cristiani e, per opera del papa Pio V ( il domenicano  Antonio Michele Ghislieri di Bosco Marengo vicino Alessandria), fu formata una lega tra lo stato Pontificio, la repubblica di Venezia, l’Impero spagnolo, la repubblica di Genova,  il granducato di Toscana, il ducato di Savoia, il ducato di Urbino e  l’Ordine di Malta  per abbattere la potenza turca. Famagosta fu difesa da Marcantonio Bragadin  ma dovette capitolare.

Il domenicano di Civitavecchia Padre Alberto Guglielmotti scrisse: ”Marcantonio Colonna alla battaglia di Lepanto  (porto che si trova  in uno stretto della Grecia tra i golfi di Patrasso e di Corinto),  il quale chiamò seco il fior dei prodi tra la romana nobiltà a comandar le sue galere: e questi furono Orazio Orsini da Bomarzo , Pompeo Colonna, Prospero Colonna, Muzio Frangipani, il cavalier Malaguzzi, Domenico de’ Massimi conte di Ciciliano,  Manlio Baglioni, Alessandro Ferretti, Gianluigi Giorgi, il cavalier Gaspare Bruni e Cencio Capizucchi. Per la levata delle fanterie destinò in varie parti i quartieri ove dovessero raccogliersi e spedì le patenti a dodici capitani, già provati in molte guerre. Alcuni gentiluomini venturieri si raccolsero intorno alla persona di Marcantonio Colonna tra i quali Hieronimo Signorino da Viterbo e Vetresco Vetreschi da Viterbo.

Nel 1497 don Antonio di Angelo Signorini era il vicario generale della diocesi di Toscanella e questa famiglia  aveva un palazzo anche a Toscanella, che si trova davanti all’abside della  cattedrale di San Giacomo. Nel 1566  e nel 1567  Messer Signorino Signorini  era stato Vice  Doganiere della Dogana  del bestiame nella provincia del Patrimonio di San Pietro in Tuscia, nello stato Pontificio, che aveva la sede proprio a Tuscania.  Marcantonio Colonna dette le seguenti istruzioni ai capitani: ”Vostra signoria ha da fare dugento soldati, cioè centonovanta archibugieri e dieci corsaletti (militi con le corazze) con alabarde;  e che non manchi uno del numero, et se ne menasse quattro o sei di più, se li faranno buoni. Li detti archibugieri hanno da avere tutti li morioni (elmetti) alla moderna. Che abbiano ancora li fiaschi di velluto grandi et belli quanto sia possibile, et che tutti li archibugi siano a miccio et di buona munitione. Procurerà ancora che li soldati abbiano calzoni di velluto per quanto sia possibile, o di panno. E con giubboni che siano buoni. Et con un poco di bombace (bambagia). Perché, ancorché sia d’estate, in galera (galea) fa freddo. C’erano Pompeo Colonna ,   Marzio Spuntoni e Felice Rossolini da Viterbo e Matteo Pierbenedetti da Camerino.” Anche i Pierbenedetti erano una famiglia benestante di Toscanella originaria di Camerino. Avevano il loro palazzo nella contrada di San Pellegrino di fronte a quello di Alfonso Donnini, poi Vescovado. Erano proprietari delle tenute del Formicone e della Fabbrichetta nel territorio di Tuscania.

“Con meraviglia di ogni uomo innanzi ai quindici di giugno 1571 ebbero tutte le compagnie compite, rassegnate (passate in rassegna) e pagate; e di gente così prestante e valorosa che tutti ne facevano le meraviglie e se ne promettevano quei felici successi che poi si videro. Intanto si trattava in Roma del modo di avere le galere. Il Papa le prese dal granduca Cosimo I ° de’ Medici di Firenze. Vi erano anche Alessandro Farnese figliuolo di Ottavio duca di Parma, e Paolo Giordano Orsini duca di Bracciano.

“Quindi nel mese di agosto 1571 si radunò a Messina l’armata cattolica con le galee veneziane con Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo, le spagnole insieme a quelle del vicereame di Napoli, della  Sicilia , dei genovesi al soldo di Spagna e ai soldati del ducato di Urbino con Francesco Maria della Rovere, tutti comandati da Giovanni  d’Austria , le  pontificie  e le toscane comandate da Marcantonio Colonna condottiero ed ammiraglio, di Lanuvio, quelle del ducato di Savoia al comando dell’ammiraglio Andrea Provana Leyni di Torino, quelle dei cavalieri di Malta con l’ammiraglio  Priore Pietro Giustiniani di Messina e quelle della repubblica di Genova con l’ammiraglio Gian Andrea Doria. La flotta alleata era  agli ordini di don Giovanni d’Austria condottiero, ammiraglio e diplomatico spagnolo, figlio dell’Imperatore Carlo V. Prima della partenza per gli scenari di guerra il papa Pio V benedì lo stendardo  con il Crocefisso , san Pietro , san Paolo  ed un’immagine della Madonna. Era molto devoto della Madre di Gesù Cristo  e pregò spesso al santuario de La Quercia a Viterbo.

Lasciarono Messina il 16 settembre diretti verso Corfù. All’alba del 7 ottobre 1571 le flotte entrarono in contatto a Lepanto. Le navi turche erano guidate da Alì Pascià. La vittoria cristiana fu piena e  completa. L’esito della battaglia derivò dai combattimenti corpo a corpo divampati dopo che le navi erano accostate. Al centro don Giovanni d’Austria, appoggiato dalle navi di bandiera veneziana e pontificia, agganciò la nave di bandiera turca, andò all’arrembaggio ed uccise i capi.

Francesco Giannotti  scrisse che “il capitano Silvestro Castellani da Toscanella alla vittoria navale contro i Turchi in Levante all’isola Scorzolari (altro nome di Lepanto)  si portò tanto bene et valorosamente che dal generale dei venetiani Bastian Veniero, sotto il quale militava, gli fu data la compagnia et fatto capitano. Et morì più anni dopo in una fattione in Francia, contro Ugonotti, dove egli era alli servitij di santa Chiesa, insieme con molti altri di Toscanella.”

Secondiano Campanari aggiunse: ”Degli uomini che nei loro fatti furono allora fuori della patria gloriosi è rimasto alla memoria il pio animoso Silvestro Castellani il quale, nella celebre battaglia navale di Lepanto, contro ai Turchi così valorosamente combatté che dal comandante supremo Sebastiano Veniero veneziano fu reputato degno dell’onore e del grado di capitano.”

Continuò Guglielmotti: “Marcantonio fu colonna saldissima  del Cristianesimo, dell’Italia e di Roma: strinse la lega, la conservò, trovò il danaro, quietò le risse dei soldati, fu primo al convegno di Messina, assicurò la congiunzione dell’armata, ritenne in fede i Veneziani, previde in chiari termini la vittoria, mise la ragione in capo agli Spagnoli (che erano contrari), impedì la guerra intestina, condusse i discordi sul campo della battaglia, li sostenne nella mischia, fu sempre esposto ai maggiori pericoli non solo nel comandare e provvedere ai bisogni della sua galera, ma a quelle di don Giovanni e di tutta l’armata. Non volle mai discostarsi dal fianco di Sua Altezza, né per inseguir galee già vinte, né  per iscuotersi di dosso galere moleste, che lo stringevano per fianco e per poppa: ma sempre fermo alla sua posta ebbe animo di ributtare la galera di Pertaù , di opprimere quella dei figli di Aly, di sottometterne un’altra e, finalmente, insieme con la reale di Spagna di conquistare la nave almirante ( dell’ammiraglio)dei Turchi. Nella battaglia  morirono  Orazio e Virginio Orsini.

Anche i Cappuccini, che il Papa aveva messi nelle sue galere perché i soldati e i marinari avessero esempio di pietà e soccorso di religione, non solo ministrarono i sacramenti e fecero cuore ai guerrieri ma, nel fervor della mischia, esposti a ogni pericolo, stettero intrepidi all’assistenza dei feriti, al conforto dei morienti ed alla prova di quella sublime carità. Un frate, Marco da Viterbo, colpito da più moschettate che gli trapassarono la tonaca, restò illeso.

Il 25 novembre 1571 al ritorno, alleggerita pertanto dalle fanterie sbarcate prima, venne la squadra nel porto di Civitavecchia a sbarcare quelle genti che ancor le rimanevano: e poco dopo furono pur nella darsena condotte alcune delle galere prese a Lepanto e le artiglierie conquistate ed i mille dugento prigionieri. Sopra di che i Caetani, gli Orsini e più altri s’adoperavano per averne parte.

Ogn’uomo che  aveva nella gran battaglia con qualche carico combattuto contendeva di ottenere in premio schiavi, cannoni e galere. Con la vittoria di Lepanto i Greci erano in punto di levarsi per tutto l’Oriente, i Turchi sbigottiti stavano aspettandosi la caduta dell’imperio, il Sultano confuso tornava precipitosamente dalle provincie a guardar la capitale e la plebe musulmana a quei Franchi, che aveva sino allora disprezzati, s’inchinava pubblicamente; e loro confidava le più preziose sostanze per salvarle dal sacco che temevano da un giorno all’altro imminente.”

Ricordando la vittoria cristiana la Chiesa Cattolica col papa Pio V  costituì la festa della Madonna della Vittoria il 7 di ottobre  a perenne ricordo della battaglia di Lepanto.  In seguito chiese a Giovanni d’Austria di portare due bandiere tolte ai Turchi a La Quercia  dove furono messe dentro una cassetta di legno nel santuario. Una è ancora lì.

Papa Gregorio XIII (Ugo Boncompagni di Bologna) la trasformò nella festa della Madonna del Rosario che si venera anche nella chiesa di Santa Maria della Rosa in Tuscania.

Mauro Loreti