Le misure del decreto legge COVID-19 del 17 marzo necessitano urgentemente di integrazioni.

Alla luce dei successivi chiarimenti e dell’approfondimento di ogni singolo articolo appare assai chiaro che il decreto non ha raggiunto i minimi obiettivi di sostegno alle micro e piccole imprese e tanto meno ai professionisti, considerati residualmente.

L’ampia platea delle aziende costrette alla chiusura è composta da partite iva già in sofferenza per vari motivi, tra i quali, oltre la perdurante crisi decennale, anche il peso dell’imposizione fiscale e della procurata e costante burocrazia.

Molte di queste aziende hanno accumulato debiti fiscali e contributivi, molte pagano a rate i loro debiti altre pagano secondo disponibilità.

Il flebile aiuto stabilito dal governo, tra le altre cose potrebbe  non essere  capiente per coprire l’ampio raggruppamento degli interessati ai quali è destinata una dotazione totale di 2,16 mld di euro.

Deduciamo, quindi, che non ci sono le coperture per soddisfare tutti, anche se poi dobbiamo considerare che la metà delle aziende non potrà accedere al beneficio per via dei debiti aperti con l’inps.

Di fatto, quindi, si abbandonano ditte che hanno avuto un fermo totale, senza considerare la natura straordinaria dell’emergenza.

Un modo di fare contrario ai principi di solidarietà che il nostro paese ha sempre rappresentato e continua a rappresentare anche nei confronti dei bisognosi provenienti da altri paesi.

Inoltre il governo ha imposto uno stop parziale ai debiti finanziari.

Lo stop difatti non ha ricompreso  le società finanziarie che hanno erogato finanziamenti ad aziende e famiglie e che non intendono sentir parlare di procrastinazione di rate.

Senza lavoro non solo le aziende finiranno in crif ma anche i facenti parte e tutti quei privati che orbitano nel lavoro autonomo.

Si profila quindi una catastrofe finanziaria  per moltissime aziende e persone, impossibilitate a lavorare e quindi a pagare.

Occorre poi evidenziare che nel decreto non sono previste le sospensioni delle rate relative alle comunicazioni di cui all’art 36 bis e 36 ter ovvero il controllo formale dei dichiarativi reddituali e il controllo degli oneri e delle detrazioni in dichiarazione dei redditi risultati a recupero e non solo.

Si ravvede infatti anche la mancanza della sospensione dei versamenti da accertamenti esecutivi, da avvisi di addebito inps e delle rate mensili dei piani approvati dall’agenzia delle entrate riscossione.

Il Presidente di Confimprese Viterbo Gianfranco Piazzolla sostiene fermamente che occorrano fatti e non false promesse.

La politica non ha capito che questa è la più grande tragedia dal dopo guerra ad oggi sia in termini sanitari che in termini economici e se le aziende dovranno fare i conti indirettamente con i vincoli di bilancio del nostro governo sarà la fine e il paese potrebbe collassare come successo per la Grecia, anche se con cause ben diverse.

Auspichiamo quindi che il governo possa attivarsi diversamente ponendo in essere misure reali e concrete per il bene dell’economia e quindi dell’integrità del paese.