«L’attiva opera di smantellamento del sistema scolastico statale italiano, passa anche per l’organizzazione oraria, poiché anche attraverso di essa si può svilire la didattica e abbassare i livelli di apprendimento. L’ultima moda che si autoimpone la scuola è il taglio del sabato scolastico, introducendo la settimana corta.

Viterbo, – scrivono Rosalinda Bucciarelli, Maria Immordino per l’Associazione “Solidarietà Cittadina” – ovviamente, non si salva: le scuole superiori si stanno prodigando e, a grandi passi, procedono verso l’ ”innovazione” e la “modernità”.

Emblematico ed esemplificativo per tutti è il caso dell’ ITE “Paolo Savi”: senza nessuna informativa preventiva da parte della scuola, dal prossimo settembre l’Istituto Tecnico Economico “Paolo Savi” di Viterbo ha deciso di cambiare l’orario delle lezioni su cinque giorni la settimana.

Tale improvvisa decisione è stata presa in un Consiglio di Istituto del 29 agosto…addirittura prima di santa Rosa…

Nessuno si è premurato di coinvolgere studenti e genitori, nessuno ha chiesto alcun parere nel merito. Nella brochure informativa proposta ad eventuali futuri iscritti, sul sito della scuola, si fa riferimento alla settimana corta. Qualche giorno fa è stato consegnato il nuovo orario i rappresentanti di classe.

Due anni fa venne fatto un sondaggio, che bocciò la proposta di settimana corta, ma che oggi non viene tenuto in considerazione e nemmeno sarà ripetuto. Chissà oggi genitori e studenti esprimerebbero un plebiscito a favore della moderna e innovativa “settimana corta”, non si può sapere se non gli si consente di esprimersi. Eppure c’è richiesta di democrazia e partecipazione da parte delle famiglie, come evidenzia il caso abbastanza analogo ed eclatante del  Liceo Scientifico “P. Ruffini”.

Cambiare le regole in corsa non è proprio bell’esempio di democrazia. Non viene offerta nessuna alternativa, nemmeno la possibilità di un doppio percorso: sezioni con orario su 5 giorni e sezioni con orario su sei giorni, affinché i genitori possano scegliere quello più adatto ai propri figli.

Si ricorda che gli studenti già ora, due volte alla settimana, escono alla sesta ora e che l’Istituto Tecnico Economico è una scuola con un carico di ben 13 materie.

Il nuovo orario evidenzia una “settimana corta” che obbligherà gli alunni a uscire tutti i giorni alle 13,45 e il venerdì addirittura alle 15, 45, con ben 15 minuti di ricreazione e nientemeno che 20 minuti per il”pranzo” senza alcuna mensa scolastica.

Con l’orario a 5 giorni, in caso di assenza per malattia, gli studenti perderebbero più ore di lezione, con tutti i conseguenti problemi di recupero.

Un carico di lavoro enorme e con la possibilità di avere in alcuni giorni anche sei materie diverse. I ragazzi quando riusciranno a fare i compiti? A che ora riusciranno a rientrare a casa?

Inevitabilmente la soglia dell’attenzione sarà più bassa: con quali ripercussioni sul rendimento? Così come non si sa che tipo di ricaduta potrebbe esserci sui ragazzi più fragili e certificati.

Gli alunni saranno costretti a pranzare a ore improbabili o forse a mangiare panini tra i banchi di scuola e non riusciranno o, comunque, avranno difficoltà a conciliare le attività sportive: educazione alimentare e fisica sono anch’esse solo proclami di facciata?

E non diventerà più difficile riuscire a frequentare i corsi pomeridiani proposti dalla scuola stessa, creando un ulteriore problema agli studenti?

C’è poi la questione legata ai trasporti. Gli alunni che abitano fuori Viterbo faranno rientro a casa ad ore improponibili. Il Cotral dovrà rivedere gli orari alla luce del nuovo orario scolastico senza il sabato, andando a penalizzare ulteriormente chi utilizza l’autobus per raggiungere il posto di lavoro. Tagliando un giorno di corse, ci saranno conseguenze occupazionali?

Si parla di materie più “leggere” nelle ore pomeridiane: quali sarebbero tali materie? E come coprirebbero l’intero orario? Oppure si dice che non faranno verifiche né interrogazioni né spiegazioni ma laboratori o modernissimi gruppi di lavoro o chissà quali mirabolanti innovazioni. Dunque il sabato era l’ostacolo a tutte queste magnifiche modernizzazioni, visto che prima non sono state realizzate?

La “settimana corta” sembrerebbe anche avere profili di illegalità, poiché la legge dice: “la determinazione delle date di inizio e di conclusione delle lezioni ed il calendario delle festività devono essere tali da consentire, lo svolgimento di almeno 200 giorni di effettive lezioni” (art. 74 d.lgs. 16 aprile 1994 n. 297), con un orario su 5 giorni si effettueranno solo 170 giorni di lezione e non sarà l’ammucchiata quantitativa delle ore (seppur i “conti” numerici, tornino) a sciogliere questo nodo. Parliamo di 30 giorni di scuola in meno… Il TAR della Liguria si è già espresso contro la “settimana corta”.

Gli Istituti scolastici viterbesi stanno praticando una compressione oraria, che non ha alcuna giustificazione didattica. Uno pseudo efficientismo, mascherato da giustificazioni tipo “razionalizzazione della gestione del personale”, personale, poi, che parrebbe ambire solo ad un we anglosassone. Parlano di “uniformità”: a quale modello bisogna uniformarsi? E perchè mai?

Una scuola, in quanto tale dovrebbe aborrire il concetto stesso di uniformazione, omologazione e standardizzazione, ma nell’era delle “pedagogiche” crocette dei quiz, assunte a verbo, tant’è.

Va definitivamente in pensione l’idea di una scuola con tempi di apprendimento distesi, rispettosi degli alunni e necessari all’elaborazione ed alla sedimentazione dei saperi.

Chiamiamo, dunque, le cose con il loro nome: questa operazione è il solito misero taglio di spesa, perpetrato sulla pelle degli studenti, di cui, al di là dei vuoti paroloni di cui sono infarciti i PTOF, non interessa a nessuno. Altro che centralità dell’alunno con i suoi bisogni educativi e sociali. Allora è lecito chiedersi: i soldi “risparmiati” che fine faranno? Se non rientreranno alla scuola stessa, visto che si tratta per lo più di utenze, qual è il ritorno economico per l’Istituzione? La Provincia ed il Cotral hanno pubblicamente ha dichiarato di non aver chiesto nulla.

Quando i genitori hanno iscritto i figli hanno accettato e rispettato determinate regole, compresa la modulazione oraria delle lezioni su sei giorni settimanali. Con questa modifica le scuole si rimangiano quanto garantito all’atto dell’iscrizione.

Sarebbe, pertanto, opportuno un ripensamento ed una riflessione meno frettolosa e più approfondita sulle ripercussioni che questa decisione avrà sugli studenti, sul loro rendimento e sulla loro qualità di vita. Altrettanto opportuno sarebbe un coinvolgimento democratico degli studenti e delle loro famiglie su una scelta che ne cambierà di molto la vita quotidiana».