Ieri al Riello, per festeggiare il quarantennale dell’Università degli studi della Tuscia, si è svolta con bel consenso di pubblico la seconda passeggiata/racconto dedicata ai luoghi simbolo dell’ateneo della Tuscia. Un omaggio, quello organizzato dal master per “Narratori di Comunità” del Dibaf (Dipartimento per le innovazioni nei sistemi biologici, agroalimentari e forestali) che in questa occasione ha visto coinvolti nell’organizzazione e nella realizzazione dell’evento alcuni soggetti interni alle diverse strutture universitarie visitate nel corso della passeggiata.

I NARRATORI DI COMUNITÀ CONQUISTANO IL RIELLO

L’apertura della manifestazione è stata affidata alle parole del direttore del Dibaf Giuseppe Scarascia Mugnozza, il quale ha sottolineato il rilevante percorso accademico che il master sta istituendo, formando figure in grado di restituire, tramite la narrazione e la costruzione di percorsi condivisi tra arte, cultura e storia del territorio, una comunicazione di eccezionale novità nel campo della divulgazione culturale e della ideazione di performance narrative.

Alle parole del direttore hanno fatto eco i saluti di Maria Ida Catalano, docente di Conservazione e restauro dei beni culturali e di Yvonne Mazurek, dottoranda del corso, cui si deve l’intuizione alla base dell’inedito percorso di visita che ha svelato al pubblico i “segreti del Riello”, tra arte e storia agraria della Tuscia.

Alla presenza dei “maestri” del master Marco D’Aureli, Antonello Ricci e Pietro Benedetti, ha preso così avvio il percorso della passeggiata condotta da Andrea Natali (sua anche la regia complessiva), narratore di comunità diplomatosi nello scorso ciclo del master. Protagonisti della scena gli apprendisti narratori freschi di diploma dell’anno accademico in corso.

Odori, luci e capolavori in trattamento e cura hanno fatto da fondale alla prima tappa della narrazione svoltasi all’interno delle sale dei laboratori di restauro dell’università: a cospetto dell’imponente copia tardo ottocentesca dello “Sposalizio della Vergine”, opera giovanile del Vanni, il pubblico ha ascoltato genesi e sviluppo della teoria del restauro italiana, che tanto deve ai luoghi e alle opere d’arte custodite nella città di Viterbo. Dalle parole dei narratori si è appreso di eventi bellici, incuria del tempo e degli uomini, e di come le opere d’arte subiscano nel corso della loro vita danneggiamenti e oblii. Mentre oggi, in questa splendida fucina universitaria di applicazioni teoriche e pratiche, gioiello sperimentale dell’ateneo della Tuscia, si formano figure professionali altamente specializzate, pronte a continuare il lavoro di tutela e cura del nostro patrimonio artistico nazionale, nel solco della teoria indicata al tempo da Cesare Brandi. E oltre.

Il percorso ha poi preso la via dell’esterno, trasformandosi in un’amabile passeggiata che ha visto il gruppo compatto dei partecipanti attraversare il cuore delle strutture universitarie a partire dall’Azienda agraria didattico-sperimentale “Nello Lupori” per poi finire con l’Orto botanico “Angelo Rambelli”, godendo intanto di uno spettacolo unico di voci, storie e canti, circondati dal paesaggio della Tuscia (che queste strutture, e gli uomini che le curano, preservano attive e funzionali) appena a ridosso del nucleo edilizio della città.

Bruno Barbetti, responsabile tecnico dell’azienda e per l’occasione generoso anfitrione, ha coinvolto il pubblico presente spiegando la complessità della gestione dell’azienda e l’importanza del suo ruolo nelle sperimentazioni di alcune colture, condotte in sinergia con le attività scientifiche e gli studenti dell’ateneo. Qui gli apprendisti narratori hanno donato al pubblico uno spaccato evocativo sul paesaggio agricolo del viterbese: il quale, per natura, geologia, vegetazione e coltivazioni ha saputo dar forma specifica e identitaria a nuclei urbani, rocche, torri e forgiato finanche caratteri e uomini. Nei canti popolari e nelle parole di scrittori contemporanei si è delineato il confine sonoro e cangiante di un territorio stretto tra la Maremma e la capitale.

Ultima tappa della passeggiata l’Orto botanico. Qui, ad attendere gli ospiti, il dinamico Giorgio Chioccia, giardiniere capo della struttura, dalle cui parole gli ascoltatori hanno appreso l’estrema difficoltà e al contempo l’enorme soddisfazione che si ha nel custodire uno spazio così prezioso, dove alle collezioni vegetali rare si alternano piante medicinali ed erbe spontanee locali, preservando e custodendo habitat vegetali unici, per usi farmacologici e fito-alimurgici. Le ultime evocazioni dei narratori hanno dato vita a giardini segreti e orti sognati, come quelli evocati nei testi della scrittrice Pia Pera: dove, al fianco delle piante si colloca la vita e la presenza umana, rappresentata nel desiderio intimo di bellezza e recupero dell’archetipo del giardino dell’Eden o nel fisiologico bisogno alimentare che si concretizza nella semplice e quanto mai complessa costruzione e gestione di un orto.

La cura e la restituzione al futuro di opere d’arte e piante è stato il tema centrale di questa passeggiata/racconto con cui si chiude la prima serie di pubbliche narrazioni dedicate alle sedi storiche dell’Unitus organizzate dal master per “Narratori di Comunità” del Dibaf per celebrare il 40simo anniversario dell’Università della Tuscia.

I prossimi appuntamenti riprenderanno nel mese di settembre per narrare e “inverare” altri tre luoghi simbolo dell’Ateneo: San Carlo, Santa Maria del Paradiso e Santa Maria in Gradi.

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