“Il tempo passa e passa invano; Dio è morto, Marx è morto ed io mi sento un poco strano!” diceva grosso modo Woody Allen in uno dei suoi sulfurei aforismi.

Infatti, che cosa ci resta in fondo in fondo, al netto dei nostri anni di lavoro, di famiglia, di relazioni, del nostro tempo vissuto, se non un senso, una percezione, una immagine, magari un nome? Oppure una storia, un racconto, una favola?

Riflessioni dovute queste, nel decimo anniversario della morte di Amy Winehouse, cantante inglese di jazz-blues tra le più geniali ed innovative degli ultimi anni, che il 23 luglio 2011 lasciò questa terra, stremata e stroncata da alcol (nomen omen), droghe, farmaci e chissà quale altra porcheria.

E’ stata, che risulti, l’ultima aderente al – Club “27” -, che sembrerebbe uno di quei locali esclusivi di Broadway tipo Studio “54”, se non fosse uno dei miti tragici della cultura pop rock anglosassone tra i più stupefacenti e dolorosi che si conoscano.

Nel 1994 quando Kurt Cobain, front leader del gruppo grunge NIRVANA di Seattle, si spappolò la faccia con una fucilata, ci si rese conto di una coincidenza peculiare e straordinaria che accomunava la sua età di 27 anni a quella stessa di Brian Jones dei Rolling Stones, di Jimi Endrix degli Experience, di Janis Joplin dei Big Brother and the holding company e di Jim Morrison dei Doors, già classificati per la lettera – J – del loro nome o cognome, e per il loro decesso dovuto oltre i limiti della sopportazione umana di alcol, droghe, benzodiazopene ed altri oppiodi micidali.

Si cominciò così a rovistare nelle cronache della storia musicale jazz, blues, rock e si scoprì che il compimento del 27esimo anno era stato per molti artisti della scena americana ed inglese, l’ultimo.

Eppure per noi europei, ma anche per quasi tutti i terrestri, essi avevano rappresentato la colonna sonora gioiosa ed energetica della nostra giovinezza, della trasgressione emancipatrice, dell’avvento di nuove culture, sensibilità ed interessi.

Il jazz-blues e quindi i due filoni fondamentali della musica moderna, nasce con Robert Johnson: ascoltate “Love in vain” ripresa dagli Stones  e capirete; ebbene muore a 27 anni nel 1938 probabilmente avvelenato perché “negro” e troppo bravo e per avere, come dice in una sua canzone venduto l’anima al diavolo per una chitarra e per il successo.

Seguirono altri artisti “maledetti” per il loro smodato stile di vita, come Rudy Lewis, Dickie Pride, Alan Wilson, Pigpen McKerman, Pete Ham, Gary Thain (neozelandese),Jean Michel Basquiat, ed un’altra mezza dozzina di ventisettenni per un totale di 23 aderenti al club sinora conosciuti.

Che significato abbia questa coincidenza non ci è dato di sapere: certo quando dal 1969 al 1971, Brian, Jimi, Janis e Jim, oltre ad aver segnato un’epoca ed una generazione, posero in campo un potente fattore imitativo; forse influenzò le loro scelte e quelle degli altri verso l’appartenenza ad un concentrato simbolico che sarebbe durato nel tempo e nella storia e che avrebbe potuto sembrare remunerativo di una morte violenta o in altro modo procurata.

Si parlerà ancora a lungo del Club “27”; voglio sperare non per nuovi adepti.

Francesco Chiucchiurlotto