Erinna condivide con l’associazione Nazionale D.i.Re. «le riflessioni sugli ultimi eventi: “il piccolo Daniele ucciso dal padre Davide Paitoni: un uomo, anche se violento con la moglie, anche se ai domiciliari per queste violenze, è sempre e comunque un padre, e ha diritto a esercitare questo suo ruolo senza che venga fatta una valutazione del rischio, senza assicurarsi che non abbia armi, nemmeno un coltello a serramanico; può tranquillamente uscire di casa, anche se è ai domiciliari, e tentare di uccidere anche la moglie.”

È inaccettabile, poco prima della fine del 2021, Matias è stato ucciso dal padre a Cura di Vetralla, nello stesso modo.

Chi protegge i bambini da questi uomini violenti? Sappiamo quanto i bambini e quanto una donna siano a rischio quando lei cerca di interrompere la violenza separandosi e denunciando il maltrattante, sappiamo che colpire i figli è un modo per vendicarsi in eterno sulla partner condannandola a una sofferenza indicibile, eppure niente. Un padre resta un padre, come se non fosse lo stesso uomo violento.

Un uomo violento non solo non è un buon padre, ma può essere pericoloso per i figli, le figlie e per le loro madri. Le donne non vengono credute, le loro paure non vengono prese in considerazione, anzi rischiano di essere accusate di essere madri alienanti se cercano di proteggere i loro figli dai padri violenti.

Così una donna che subisce violenza dal partner denuncia i maltrattamenti subiti, le forze dell’ordine intervengono addirittura sul posto e il partner ammette le violenze. Ma non succede niente.”

“Non succede niente nonostante il Codice rosso preveda che il magistrato ascolti la donna dopo tre giorni. Nonostante sia evidente – per lo meno a chi lavora nei centri antiviolenza – che la cosa da fare è attivare immediatamente le misure di protezione. Che esistono. Sulla carta. Quello che serve alle donne è essere ascoltate e credute dalle forze dell’ordine, è essere tutelate nei tribunali dove, spesso, subiscono ulteriore violenza.”

E ci chiediamo: quanto c’entra il Codice rosso con la serie di archiviazioni? Da qualche tempo in diverse Procure le denunce delle donne vengono archiviate. Immaginiamo cosa comporta questo per una donna in difficoltà, in seria difficoltà: non essere creduta, non essere presa sul serio, “lui ha ragione? Lo può fare? Non è così grave? Perché ho denunciato..”, in che situazione mi sono messa, dopo che lui verrà a sapere…

“È venuto il momento per le istituzioni di assumersi la responsabilità per queste morti annunciate, di smettere di fare proclami, di elencare fantasiose misure di protezione, si facciano, invece, garanti dell’applicazione delle leggi esistenti, delle misure di protezione.”

Ed è venuto, anche, il momento per le istituzioni di rispettare la Convenzione di Istanbul che indica quali sono i Centri Antiviolenza e le relative buone prassi, in primis il riconoscimento della metodologia della relazione tra donne, dare la priorità della volontà e dell’autodeterminazione delle donne, valorizzare la partecipazione delle associazioni femminili e femministe; Convenzione richiamata anche dall’Intesa Stato-Regioni, Intesa disattesa dalla Regione Lazio che nega la possibilità a Associazioni e/o Organizzazioni di gestire Centri e Case se non in partenariato con un ente locale e disconosce Associazioni di donne che, nonostante lavorino sul territorio viterbese da venti anni, non hanno una convenzione con un ente locale; non solo a Viterbo, anche a Terni l’associazione LiberaMente si sente costretta a scegliere di non partecipare alla gara d’appalto del Comune, una gara al ribasso con risorse  insufficienti e inadeguate a quanto necessario per poter garantire la qualità delle strutture. Così avanzano soggetti privi di esperienza, di formazione, di storia il cui scopo è accaparrarsi il finanziamento, fa nulla se alle donne in difficoltà non si garantisce un sostegno minimamente dignitoso. Le associazioni che danno risposte politiche alla inadeguata gestione delle risorse umane ed economiche, non sono ascoltate, sono punite.

È ora che le istituzioni ascoltino le donne che per prime in Italia hanno aperto, gestito, implementato e potenziato i Centri Antiviolenza e le relative buone prassi che sono riconosciute dalla Convenzione di Istanbul; l’alleanza con queste donne può essere l’argine alla violenza e la forza per il cambiamento culturale. Un cambiamento che non annullerà la violenza figlia dell’aggressività umana e la violenza generata da problemi sociali non risolti e da conflitti aspri, ma eliminerà la violenza generata dalla indotta consapevolezza di poter esercitare il potere – in tutte le sue forme – all’interno di una relazione “d’amore”.

È l’essere legittimato al possesso che non permette di riconoscere altro da sé un pari.

La presidente di D.i.Re, Antonella Veltri, afferma:

Tale situazione non riguarda solo l’Umbria, ma anche altri territori che presentano criticità analoghe o specifiche, con il risultato di rendere sempre più discriminatorio l’intervento in tema di prevenzione e contrasto alla violenza maschile contro le donne. Una situazione a macchia di leopardo che rischia di vanificare ogni sforzo fatto nella direzione di un sistema nazionale antiviolenza coerente ed efficace, come è nell’ambizione del nuovo Piano nazionale antiviolenza”.

Buon 2022».