Trittico pirandelliano al teatro Il Mascherone di Valentano

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VALENTANO – Il grande Pirandello ci farà ancora ridere, pensare e commuovere sotto l’abile regia di Gianni Pontillo, che insieme a Deborah Caroscioli porta in scena tre dei più famosi lavori pirandelliani: L’uomo dal fiore in bocca, La Patente e La Giara.

 

L’iniziativa è da non perdere anche perché lo spettacolo, indirizzato a un pubblico di adulti e ragazzi delle scuole medie e medie superiori, sarà preceduto da una lezione introduttiva sulla figura e l’opera di Pirandello al fine di sensibilizzare i giovani all’arte teatrale. Per questo motivo è previsto un biglietto cumulativo di 10 euro per i ragazzi che verranno accompagnati da almeno un genitore.

 

L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA
L’uomo dal fiore in bocca è indubbiamente un capolavoro pirandelliano che prende spunto da una novella ormai fin troppo nota. Lo spettacolo ha una drammaturgia interna che fa dei due antagonisti una sorta di specchio riflettente i loro corpi, le voci, gli spasimi e le manie cliniche. L’uomo sbanda sulla sua malattia, sussurra ed urla le sue disgrazie ad una donna che, probabilmente, è la moglie, ma anche una fata, un’avventrice o la Morte. Ella lo rivela a poco a poco e ne presenta la mortificazione. L’uomo malato è solo. La solitudine gli rende estranea e, nel contempo, – questo è il paradosso sostanziale del teatro – più familiare la vita quotidiana.

 

LA PATENTE
Qui emergono alcune tematiche care a Pirandello come gli intrecci relazionali fra gli individui, resi alterati, inquinati dai pregiudizi e dai preconcetti e soprattutto dalle proiezioni che vengono applicate sui soggetti bersaglio in base alle apparenze, alle esteriorità, ai giudizi superficiali e di convenienza. L’uomo per sopravvivere è costretto a crearsi delle apparenze, sia su se stesso sia sugli altri, in parte per deresponsabilizzarsi, per tranquillizzarsi ed esorcizzare i misteri della vita, della morte e dell’uomo. L’etichetta, la maschera, il ruolo plasmati dagli altri sono talmente penetranti da risultare incancellabili e talvolta pure inalterabili. Una delle tragedie dell’uomo è proprio quella di doversi aggrappare, per sopravvivere, proprio a queste maschere fino al punto da immedesimarsi completamente in esse, da restarne assorbito fino alla scarnificazione della propria personalità. Ed ecco che il protagonista della Patente si ricuce su misura gli abiti dello iettatore, e non contento ancora delle nuove sembianze, rivendica il diritto di rifondare, come un nuovo Noè, le basi dei tessuti sociali, troppo orribili per essere conservate. L’insoddisfazione del protagonista si può accomunare a tutti gli uomini, viventi un’epoca di svolte, di incertezze e privi di un doveroso e profondo senso della vita. La versione che proponiamo riprende quella del grande Totò nel film di Luigi Zampa.

 

LA GIARA
Nella novella come nella commedia, traspare chiaramente la tematica della roba, ripresa dal Verismo verghiano, descritta con il morboso attaccamento di Don Lolò ai beni materiali: la sua funzione nella commedia, comunque, supera la visione del realismo verista, creando invece un effetto tragicomico. Ed è proprio su questo effetto tragicomico anzi, ai limiti del farsesco, che si basa la messinscena di Pontillo. Tutti i personaggi giocano con un dialetto siciliano scimmiottato e carico di giochi vocali. E i personaggi si muovono all’interno di caratterizzazioni spassosissime.

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