La tragedia di Corso Francia ha colpito violentemente l’opinione pubblica, quasi quanto lo schianto mortale dei corpi delle due ragazze contro le lamiere del suv; due vite stroncate ed una rovinata, se non per sempre, quasi, ci interrogano su una serie di perché, che riguardano tutti i protagonisti della storia:

Perché scavalcare il guard rail e non attraversare sulle strisce qualche decina di metri più in la?

Perché correre mano nella mano in una specie di gioco a rischio della propria incolumità?

Perché non rispettare il limite di velocità in quel tratto e magari perché bere sapendo di dover guidare?

Credo che le risposte stiano nel segno dei tempi, nei connotati generazionali che vanno assumendo i nostri figli e nipoti, negli spazi che genitori e nonni hanno lasciato vuoti di valori, disciplina, doveri.

La cifra contraddistintiva è il dominio sul tempo da conquistare, controllare, piegare a proprio piacimento per poi farne comunicazione mediatica, relazionamento solitario, disintermediazione di tutto ciò che richiede tempo, sforzo, impegno.

Così passare col rosso da pedoni, perchè si ritiene di farcela in sicurezza sulla base di una propria stima dei fattori di traffico, è ormai pratica diffusa.

Giro spesso a piedi a Roma e posso garantire, anche in base al mio comportamento, che davanti ad un semaforo rosso restano sul marciapiedi solo turisti stranieri o anziani; quel che domina è la guardata nelle due direzioni e la somma che se ne tira.

Gli ultimi 30 anni sono stati una inarrestabile acquisizione caratteriale alla velocità, alla fretta, all’immediatezza; una pervasiva e vorace attitudine alla comunicazione da villaggio globale, immediata, intuitiva, superficiale.

La ricerca di scorciatoie verso le mete proprie dell’animale politico di aristotelica memoria: le tre M degli anni ‘60, macchina, mestiere, moglie; sostituite negli anni ‘70 da Marx, Mao, Marcuse; oggi forse da Moda, Mito, Mio.

Chi sono i colpevoli di Corso Francia? Certo Pietro che guidava oltre i limiti di velocità e di alcol; ma anche Gaia e Camilla, se risulterà quel che si legge; ma anche chi doveva curare l’illuminazione pubblica, oppure mettere dei dissuasori, oppure limiti logici e rispettabili (50 Km/h non lo sono in quel tratto) oppure quel senso civico che ci manca e che si continua a perdere e che soprattutto non riusciamo più a trasmettere.

Così e anche nella scuola, sul lavoro, in politica: scorciatoie ovunque, per accumulare soprattutto tempo da sprecare o contemplare; scorciatoie per pensare, farsi un’opinione, dare giudizi; scorciatoie per primeggiare, aumentare autostima, conquistare pubblico.

Sarà servito a qualcosa morire in quel modo o uccidere in quel modo?

Ne dubito: viviamo cambiamenti in un tempo che si fa Epoca del Cambiamento e che è in corso d’opera, magmatica e carsica, senza alcuna possibile leadership o almeno una chiara prospettiva.

Si naviga a vista e ogni scorciatoia nasconde un pericolo, ma di esso sappiamo poco o nulla, solo indizi e sentori, prima che si manifesti.

Francesco Chiucchiurlotto