Liceo Ruffini

«“I giorni successivi furono caldi e interminabili. Il fiume divenne torbido e si fece sempre più stretto, e al posto del groviglio di alberi colossali che aveva sbalordito Florentino Ariza durante il primo viaggio, c’erano pianure calcinate, residui di foreste intere divorate dalle caldaie dei battelli, rovine di villaggi abbandonati da Dio, le cui strade rimanevano allagate anche nei periodi più crudeli della siccità. La notte non li svegliavano i canti da sirene dei manati sugli arenili, ma la zaffata nauseabonda dei morti che passavano galleggiando verso il mare. Non c’erano più guerre né pesti, ma i corpi gonfi continuavano a passare. Per una volta il capitano fu sobrio: <<Abbiamo ordine di dire ai passeggeri che sono annegati accidentali>> (…) Rimase ormeggiato quasi una settimana, mentre le sue squadre si addentravano in pantani di cenere alla ricerca degli ultimi alberi dispersi. Non ce n’erano altri: i taglialegna avevano abbandonato i sentieri fuggendo dalla ferocia dei signori della terra, fuggendo dal colera invisibile, fuggendo dalle guerre larvate che i governi si ostinavano a tenere nascoste con decreti fuorvianti” (G. García Márquez, L’amore ai tempi del colera, trad. di Angelo Morino, Milano 1986, p. 364).

In questi giorni, – scrive il Dirigente Scolastico del Liceo Ruffini, Massimo Giuseppe Bonelli, – in cui per la prima volta nella storia contemporanea, post-unitaria, post-moderna, postnazionale, globalizzata e indifferente a tutto, ci troviamo a confrontarci con un’emergenza sanitaria che rievoca racconti appartenenti ad altri secoli e ad altri millenni, vengono spontanee delle riflessioni.

Brani di altissima letteratura, dalla peste di Atene di Tucidide e Lucrezio, al Decameron di Boccaccio e ai Promessi Sposi di Manzoni, ci raccontano con differenti stili le medesime situazioni “estreme”, dovute al dilagare di un contagio, che l’uomo non sa contenere e che rappresenta allo stesso tempo un castigo delle divinità e una distruzione dei rapporti sociali più comuni.

Non avevo, non avevamo, mai vissuto però in prima persona un’esperienza del genere. Nel XXI secolo della comunicazione via web, nessuno aveva previsto nel mondo occidentale misure così importanti, per arginare il diffondersi di un virus, che dalle remote regioni dell’Estremo Oriente si è diffuso ormai anche nell’Iran sciita e nell’Europa laica, senza guardare le differenze di razza, religione o cultura.

Sospensione dell’attività didattica su tutto il territorio nazionale. La scuola, oggi, era vuota, animata soltanto dal personale ausiliario, tecnico e amministrativo, che ha continuato con tenacia il proprio lavoro, dai dirigenti attenti a scrivere le circolari da pubblicare sulle aree riservate o sui siti web degli istituti.

Certo una scuola senza i suoi protagonisti, gli studenti. E senza la sua “anima”, i docenti. Ma le modalità di formazione a distanza, oggi, non impediscono all’istruzione di andare avanti, anche in condizioni di questo tipo. I docenti si organizzano, mettono in atto strategie professionali nuove, potenziano strumenti già in essere, come le piattaforme, le app, i webinar, e il contatto con i discenti rimane vivo.

Sono sicuro che il nostro istituto, come tutti gli istituti italiani, saprà dare una giusta risposta all’emergenza che viviamo, non mi preoccupa questo. La professionalità dei nostri docenti e le competenze dei nostri allievi sono tali da superare l’ostacolo “tecnico” dell’impossibilità di frequentare fisicamente le aule.

Quello che mi preoccupa di più, invece, è il senso di pessimismo che, a tratti, sento serpeggiare tra adulti e studenti, motivato anche da legittime preoccupazioni, sulla durata di tali provvedimenti e sulle loro conseguenze per l’anno scolastico. Non è un caso che, negli ultimi giorni, abbiano avuto un boom di vendite due opere come “La peste” di Camus e “Cecità” di Saramago, dove si ritrovano alcuni termini e alcune situazioni che i media propongono quotidianamente alla nostra attenzione.

Nel testo di Saramago, un pericoloso morbo provoca la cecità nelle persone; nessuno dei personaggi ha un nome, ma tutti vengono contrassegnati dalle loro caratteristiche (il paziente zero, la moglie del paziente zero, il primario…) e sono descritte scene di saccheggio dei supermercati, che trovano un’impressionante riscontro nei telegiornali odierni. Così come l’epidemia di peste in Algeria, ad Orano, descritta da Camus, descrive un città-prigione che è incarnata dalle immagini dei posti di blocco intorno ai paesi lombardi del lodigiano. Sta prevalendo la paura in tutti noi?

L’invito che rivolgo a voi, cari studenti, ma anche a tutte le famiglie e ai docenti, è invece quello di riuscire a sfruttare questo periodo di pausa, voluto dal nostro Governo a tutela della salute di tutti, per dedicare maggiore tempo ad attività importanti, che possiamo svolgere a casa, ma che spesso trascuriamo e che fanno veramente bene al nostro animo. Ascoltiamo buona musica, prendiamoci tempo per leggere, anche capolavori letterari che raccontano storie simili a quelle che descrivono oggi i telegiornali.

Se voi, ragazzi, ritornerete a scuola il 16 marzo, come tutti ci auguriamo, avendo letto due o tre libri in più, avrete comunque sfruttato bene questa particolare evenienza, e vi sarete arricchiti anche stando a casa, anche rinunciando al vivere insieme ai vostri insegnanti e ai vostri compagni le ore di scuola.

In fondo Florentino Ariza, il protagonista, folle e meraviglioso, del capolavoro di Márquez, che ho citato all’inizio di questa breve riflessione, per poter tenere con sé, in tarda età, la donna che ha sempre amato in tutta la sua vita, Fermina Daza, fa issare sul suo battello la bandiera che segnala il colera a bordo e inizia una navigazione ininterrotta, senza possibilità di discesa a terra, in una quarantena volontaria (anche senza la presenza della malattia) e al capitano che gli chiede, interdetto, quanto durerà questo viaggio senza meta e senza possibilità di scalo, Florentino risponde senza esitazione “tutta la vita”.

Come per il personaggio dello scrittore sudamericano il colera diventa una metafora di libertà e di amore, prendiamo lo spunto da una situazione difficile, ignota, disorientante come quella che stiamo vivendo, per arricchirci in quello che Cicerone chiamava otium cum dignitate e allora, ritornando sui nostri banchi di scuola, veramente potremo capire che anche la scuola ai tempi del coronavirus ha avuto un senso e ci ha permesso di essere migliori.
Vi aspetto presto nel nostro istituto».