La regione Lazio è ricca di luoghi affascinanti, più o meno conosciuti, dove spesso, a paesi caratteristici si combinano elementi di grande valore naturale. Sicuramente merita una visita, su tutti, il piccolo borgo medievale di Calcata, in provincia di Viterbo, immerso nella splendida valle del fiume Treja. Un luogo unico nel suo genere, che non si dimentica facilmente.
Partiamo dal primo impatto: quando il paese appare al visitatore tutto arroccato sulla sua montagna di tufo, che emerge alta in mezzo alla valle completamente ricoperta da boschi selvaggi. Già questo panorama ha qualcosa di particolare e atipico. Le case sembrano nascere dalla stessa montagna, in una continuità di colore, come se per magia la roccia improvvisamente si trasformasse essa stessa, modellandosi nella forma delle case. Stabilire i confini, dove siano le une e dove l’altra, è spesso complicato dalla fortissima coesione estetica ed emotiva tra case e roccia. Calcata è la sua stessa montagna che la sorregge e la protegge, offrendola come fiero trofeo, alzato sul podio della valle boschiva e misteriosa che la circonda. E’ un’isola che emerge silenziosa nel mare di alberi, dal fortissimo impatto emotivo. Promessa di un luogo che difficilmente è classificabile in una precisa categoria.
Partiamo dal presupposto che fino agli anni 60, Calcata era un borgo quasi dimenticato, ormai spopolato e destinato a scomparire. Poi le cose andarono diversamente: nel borgo iniziarono a trasferirsi artisti, artigiani e hippie desiderosi di fuggire al caos dell’evoluzione del mondo contemporaneo, sempre più accelerato. Fecero di Calcata la loro dimora fuori dal mondo e dal tempo. Un luogo scelto, elitario, dove potersi dedicarsi all’arte in una dimensione totalitaria. Presero ad abitare le case, a trasformare le cantine in botteghe e gallerie d’arte, ad attirare curiosi che desideravano vedere con i propri occhi “il borgo degli artisti”, dove questi vivevano una vita parallela e contraria a quella del resto del mondo. Una realtà creata essa stessa dalla loro arte; un luogo inventato, dove tutt’oggi ognuno degli abitanti dà vita al proprio estro creativo personale, e il luogo è poi l’atipica somma di quello di tutti.

A Calcata si entra da un’unica porta di accesso tra le sue mura e poi una breve salita conduce direttamente alla piazza cuore del piccolissimo borgo. Più che una porta, è un vero e proprio varco che segna il passaggio dal mondo e dal tempo normale, ad una dimensione surreale e magica. Si respira mistero entrando. Si rallenta il passo, perché qualcosa di particolare, un’atmosfera che percepiamo subito mistica, ci allerta i sensi. Respiriamo il luogo. Rallentiamo automaticamente anche i battiti del cuore. Ci dobbiamo fermare a capire cosa succede, cos’ha, questo luogo, di tanto differente dagli altri, da farci osservare intorno con sguardo quasi reverenziale, alla ricerca di quei particolari che ci possano aiutare a decodificare il mistero che sentiamo nascere dentro. I sensi si amplificano, subito, fin dal primo istante che si entra nelle mura; ogni dettaglio ci fa percepire che non siamo in un luogo qualunque. Ci arrivano fortissime delle sensazioni che non sappiamo spiegare, ma che ci fanno intuire ci sia un significato profondissimo in ciò che guardiamo con occhi aperti e i sensi allertati.

C’è chi dice che Calcata sia anche il “paese delle streghe”, che nelle cantine ci siano testimonianze segrete di un passato esoterico e che riti magici si continuino a fare. Si racconta che ai tempo dei Falisci, il punto dove sorge Calcata fosse centro di energie del sottosuolo e occultismo. E che tuttora, nelle notti di forte vento, i vicoli del borgo sembrino cantare e che quello sia il canto delle streghe.
E poi c’è una leggenda, di origine religiosa, secondo la quale proprio a Calcata è custodito il prepuzio di Gesù, tagliato al suo ottavo giorno di vita, conservato a San Giovanni in Laterano fino al Sacco di Roma, quando fu trafugato da un lanzichenecco, poi imprigionato a Calcata. Il prepuzio sarebbe stato ritrovato nella sua cella nel 1557. La leggenda è riportata anche nell’Ulisse di Joyce e nel Vangelo secondo Gesù Cristo di Saramago.
Non sarò certo io a stabilire a cosa attribuire la sensazione che si prova entrando a Calcata, sicuramente c’è un’energia fortissima, palpabile, che scuote la mente di chi sa sentire. Non so se sia legata alla magia o forse alla stessa potenza dell’arte, ma sicuramente accade qualcosa di surreale, entrando nel borgo, attraversando quella porta – simbolo, ricoperta di muschio. Inutile specificare che, una volta dentro il borgo, misteriosamente i cellulari non prendono più.

L’architettura di Calcata è qualcosa di assolutamente atipico per vari motivi. Intanto tutto si sviluppa intorno alla piazza principale, con la chiesa, il castello, dei curiosi troni di pietra e un via vai di personaggi particolari e botteghe artigiane e localini dall’arredamento esotico ed eccentrico. Da qui, intorno, una serie di piccole viuzze si diramano e finiscono tutte a precipizio sulla montagna di tufo, con panorami sconfinati e memorabili sulla valle incontaminata. Non si va da nessuna parte, a Calcata. Tutte le strade portano a quel precipizio di orribile bellezza. Passaggi stretti, vicoli, cortili interni. Tutto conduce qui. Al vuoto che la circonda. E proprio affacciate sul vuoto nascono, avvinghiate alla roccia, case e terrazzini.
E poi tutto è condito da un arredamento improbabile, senza alcuna coerenza né regola. Non ci sono regole, a Calcata. La normalità è l’imprevedibile. E così spuntano: panchine giganti fatte da tronchi; lampadari antichi appesi a lampioni; portoni dalle forme strane; pezzi di mosaico che così come improvvisamente nascono così senza un perché si interrompono; curiosi bazar; una finestra di un rosso sgargiante in una casa grigia; pantaloni appesi al muro di casa; quadri buttati tra attrezzi da lavoro; scale rivestite da perline ma soltanto in parte, senza coerenza di inizio e di fine; specchietti come amuleti attaccati alle finestre. In una casualità che solo nell’insieme trova senso. L’unica regola, quella che dà unità al tutto, è che non ci sono regole.
E poi ci sono ancora i numerosissimi richiami all’India, ricordi dei viaggi che gli artisti degli anni 60 facevano in questo continente e poi venivano raccontati, a Calcata, intorno ai fuochi accesi nella piazza. E ancora oggi, girando tra i vicoli del borgo, si sente raccontare di viaggi e di musica e di letteratura e d’arte. Il clima culturale, forse un po’ chiuso in sé stesso, nelle visioni di ciascun artista, si nutre però di racconti di terre lontane. Lontane poi forse solo fisicamente, perché Calcata è al di fuori dallo spazio e dal tempo, potrebbe essere ovunque e da nessuna parte. Nella fantasia si può facilmente immaginarla staccarsi dalla terra e prendere il volo, così tutta insieme alla sua montagna di tufo, e vagare nell’aria.
La maggior parte delle case, a Calcata, ha grotte sotterranee spesso collegate tra loro da cunicoli. In queste grotte, ristrutturate, sono nati locali particolari e botteghe d’arte; altre sono rimaste come magazzini. Qualunque ne sia l’uso, spiarne l’interno è un’esperienza unica: si trovano spesso affastellate cose di ogni genere, mischiate tra loro. Improbabili. Una antica armatura completa, troneggia dentro una bottega artigiana.
E ancora si possono trovare case scavate nel tufo; vasche da cui escono enormi larve di pietra; opere d’arte che adornano muri scrostati e decadenti; pappagalli colorati che stridono con l’arco di pietra sporca su cui sono appesi da chissà quanto tempo. La decadenza è un altro aspetto che a Calcata si rincorre tra i vicoli, dove non è raro imbattersi in tavolini arrugginiti, oggetti rotti, cantine abbandonate, scope e altri attrezzi lasciati a caso. In un contrasto forse non casuale, ma costruito appositamente per non farci troppo abituare alla bellezza del posto, quasi a volerci ricordare che è tutto di passaggio, che il tempo cancellerà ogni cosa. E così, accanto a curati vasi di fiori, ecco giocattoli rotti, tavolini arrugginiti, testimoni di un tempo che non esiste più, di uno scorrere che è destinato a portarsi via la bellezza e il tempo presente e noi stessi. Un cartellone di un festival hippie tenutosi nel maggio scorso, ancora per strada, con due sedie abbandonate accanto, a raccontare di una musica viva, ma che ora non c’è. Testimonianza del tempo che corrompe tutte le cose. Strade vinte dal muschio, panchine fatte da tronchi rotti, intonaco scrostato. Il tempo passato sotto i nostri occhi, visibile. Qui non restaurato dal nuovo, forse affinché sia vivo insieme al presente, suggerendo un’unica continuità temporale.
E ancora: il vero e il falso che si mescolano, a Calcata. Come nell’arte stessa, che trae dal reale ma poi non lo è. E allora ecco i fiori finti spesso insieme a quelli veri, animali di legno o bambole affacciate alle finestre come fossero bambini veri, creature di stoffa, pupazzi di cartapesta, che sostituiscono la figura umana. In una veglia perenne, in un’accoglienza continua del visitatore, in un sorriso che, almeno nella finzione, non è intaccato dal dolore. Il mondo delle illusioni fantastiche. Travestimenti, costumi. Dove non ha più senso alcuno distinguere il vero dal falso. Importante è solo il significato che rappresenta. L’insegna di un teatrino ambulante, attaccata a un muro. Perché è tutto irreale: lo spettacolo è annunciato ancora da quelle parole che rimangono immutabili nel tempo, ma dietro ormai nessun personaggio più si muove, nessuna rappresentazione va più in scena. E senza l’irrealtà, resta la nuda verità di un muro, irreale anch’essa.
E quanto ha affascinato Calcata nel tempo! Set cinematografico di numerosi film come “Amici miei” e del video di “Una storia sbagliata” di De André. Amata, criticata, compresa o meno, Calcata non può lasciare indifferenti.
Ma qual è, dunque, l’anima di Calcata? E’ un’anima di follia, di arte, di magia, di mistero, di natura, di assurdo. E soprattutto di energia. Perché è questa che emana da ogni pietra, in ogni angolo e in ogni vicolo di questo borgo. Un’energia viva, antica e profondissima, che mescola l’arte con la natura, la verità con la finzione, il presente e il passato in un nuovo non – tempo indefinito, il bello con il triste, la magia e l’esoterismo. Un’energia che trasuda cultura, mistero, racconti lontani e vicini. Un’energia che ti fa rallentare il cuore, respirare profondamente, in un attimo comprendere il senso stesso della Terra, l’attimo dopo dimenticarlo perché da umani non è sostenibile una tale, fortissima, percezione. C’è un ordine, nel caos atipico di Calcata: è l’energia vitale che si concentra in alcuni luoghi della Terra. Calcata è uno di questi, preziosissimo punto di raccordo.
E quando cala la sera, e si accendono le luci degli strambi lampadari e le insegne degli affascinanti locali senza senso, e le streghe sembrano veramente camminare nelle ombre dei vicoli, allora provate a percorrere una qualsiasi stradina che vi porterà allo strapiombo, affacciato sulla valle del Treja. Qui, nel silenzio assordante nella notte, attaccati all’ultimo sperone di roccia prima del vuoto, con l’orizzonte ancora infuocato dall’arancione del tramonto, la luna già alta nel cielo, il nero della notte che si è già preso gli alberi dello sterminato bosco sotto di voi… qui sentirete l’acqua del fiume a valle scorrere, creare una musica sottile, indovinerete le ombre della notte e percepirete il respiro della Terra. E sarete felici di voi stessi, perché avete occhi che sanno vedere e un’anima che sa sentire.

Paola Tornambè

http://animadeiluoghi.blogspot.com/

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