L’audizione del Segretario Generale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Filippo Arena, permette di conoscere la situazione del mercato del 5G in Italia.

«Come è noto, il 5G costituisce il prossimo standard tecnologico per lo sviluppo delle reti mobili. Le reti mobili di quinta generazione – annuncia Filippo Arena – saranno in grado di trasmettere dati con una velocità 14 volte maggiore rispetto alle reti 4G, consentendo di coprire capillarmente il territorio e di connettere un elevatissimo numero di dispositivi in modo affidabile e con bassa latenza. Tale tecnologia non comporta solo un miglioramento significativo della qualità delle reti mobili, ma costituisce l’infrastruttura portante per lo sviluppo delle “smart city” e della mobilità connessa, dell’Internet of Things, rendendo possibile la realizzazione di ecosistemi che rivoluzioneranno una molteplicità di settori economici (industria, sanità, agricoltura, ecc.)».

«Per quanto concerne il tema specifico della sicurezza delle reti in relazione agli apparati utilizzati per la loro realizzazione, si rileva come il 5G sia nato grazie a un processo di standardizzazione delle tecnologie nelle reti mobili guidato dal consorzio “3rd Generation Partnership Project” (3GPP), il quale unisce le organizzazioni internazionali di definizione degli standard nelle telecomunicazioni (ARIB – Giappone, ATIS – Stati Uniti d’America, CCSA – Cina, ETSI – Europa, TSDSI – India, TTA – Korea, TTC – Giappone), e fornisce un ambiente condiviso per produrre le specifiche e i report che definiscono le tecnologie radiomobili. La prima versione dello standard 5G è stata approvata dal 3GPP nel 2018 e il suo sviluppo è in pieno regime. Nel 2020 è previsto il rilascio della seconda versione.

Le principali società che hanno fornito contributi tecnici allo standard sono Huawei (Cina), Ericsson (Unione Europea), Nokia (Unione Europea) e Qualcomm (Stati Uniti) e tali società sono anche tra i principali produttori dei dispositivi utilizzati nei vari livelli delle reti 5G, insieme ad altri vendor quali ZTE (Cina) e Samsung (Corea del Sud).

L’importanza strategica che avranno le reti 5G – non solo per le comunicazioni mobili, ma anche come infrastruttura di base per i nuovi ecosistemi digitali dell’IoT e delle smart city– impone la necessità di prestare una particolare attenzione alla sicurezza e all’integrità delle reti. In questo senso, le decisioni degli operatori in materia di sicurezza cibernetica possono potenzialmente generare esternalità sistemiche di grande impatto; nel lungo periodo, i costi per la società derivanti dai rischi di reti non sicure possono ben eccedere i risparmi conseguibili da un operatore nel breve periodo per l’acquisto di dispositivi meno costosi. Spetta, dunque, alle autorità competenti assicurare il rispetto di standard minimi di sicurezza tenuto conto dei rischi e dei costi complessivi che possono derivare dai rischi per l’integrità delle reti. La sfida è quella di trovare l’assetto normativo e istituzionale più adeguato a conciliare il perseguimento di tale obiettivo con le esigenze di investimento imposte dalla continua innovazione tecnologica che caratterizza il settore delle reti di comunicazione elettronica».

«L’Autorità ha, in particolare, ritenuto che i modelli di business incentrati sulla raccolta ed elaborazione dei dati, anche quando l’utente riceve il servizio senza dover pagare un corrispettivo in termini monetari, rientrassero nella nozione di attività economica ai sensi del diritto europeo. A tal fine, l’Autorità, dando concreta attuazione a principi ormai consolidati sia a livello europeo che internazionale, ha ampliato la nozione di rapporto di consumo, riconoscendo la natura economica del comportamento dell’utente anche in relazione alle piattaforme digitali che offrono servizi gratuitamente.

Ciò posto, l’Autorità ha ritenuto ingannevole la schermata di registrazione ad un social network (Facebook) nella quale mancava un’adeguata e immediata informazione circa le finalità commerciali della raccolta dei dati dell’utente e ha ritenuto aggressive le modalità con cui il social network procedeva all’acquisizione del consenso per lo scambio, per fini commerciali, di dati dei propri utenti con siti web o app di terzi.

In un altro caso, l’Autorità ha ritenuto aggressiva la condotta di un fornitore di un servizio di messaggistica (WhatsApp) consistente nell’aver di fatto forzato i propri utenti ad accettare nuovi Termini di Utilizzo – relativi all’utilizzo dei loro dati ai fini di profilazione commerciale e pubblicitari – facendo loro credere che sarebbe stato altrimenti impossibile proseguire nell’utilizzo dell’applicazione medesima».

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