«Il coinvolgimento, nostro malgrado, nella polemica sul progetto di un impianto di biometano in località Campolungo, in relazione al quale ribadisco la totale estraneità della nostra Azienda, ci ha indotti a leggere con attenzione i vari articoli apparsi sulla stampa locale che hanno affrontato nei giorni scorsi l’annosa vicenda.

Mi permetto pertanto – osserva Massimo Berka, General Manager BiogaServizi – di intervenire apportando al dibattito la nostra visione da addetti ai lavori non direttamente coinvolti nella questione, sottolineando che non intendo fare riferimento nello specifico all’impianto di Campolungo, sul quale non posso pronunciarmi perché non ne conosco le caratteristiche progettuali.

La premessa doverosa è che qualsiasi attività antropica ha effetti negativi sulla natura; il fatto stesso che esistiamo, in quanto essere umani, provoca inquinamento e degrado del territorio.
Ciò premesso, è evidente che la nostra società, a prescindere da quale sia il modello di crescita (o decrescita) economica che si abbia in mente, debba soddisfare bisogni essenziali – e l’energia è uno di questi.
Ne consegue che in ogni progetto si debbono attentamente bilanciare i vantaggi e gli (inevitabili) svantaggi per l’ambiente, il territorio, la qualità della vita e l’economia; da questo punto di vista ritengo che i comitati di cittadini svolgano un essenziale ruolo di controllo e, auspicabilmente, di proposta, in quanto inducono (e talvolta costringono!) le imprese a progettare iniziative virtuose e attente al contesto ove localizzano i propri progetti, contrastando giustamente quelle che non hanno queste caratteristiche.
Entrando nel merito delle questioni sul tavolo, vorrei innanzi tutto esprimere qualche considerazione sul prodotto di questi impianti, il biometano; si tratta di un gas utilizzato, in forma compressa o liquefatta, per l’alimentazione di autoveicoli. Poiché tra i diversi tipi di carburanti (compresa l’alimentazione elettrica) il biometano presenta il più basso livello di emissioni di gas serra e una totale assenza di particolato e altre sostanze inquinanti, si può certamente considerare un prodotto estremamente virtuoso dal punto di vista ambientale.
In merito al processo produttivo, basato sulla fermentazione naturale controllata di biomasse, in molti anni di esperienza a livello internazionale non si segnala alcun incidente con danni alle persone o alle cose: gli impianti di biometano si possono pertanto considerare, senza tema di smentita, assolutamente sicuri.
Infine, dal punto di vista strettamente economico, un impianto di biometano fa ricadere sul territorio, come occupazione diretta e indotto, oltre due milioni di euro all’anno per almeno 20 anni, ai quali si deve aggiungere la fase di costruzione, anch’essa estremamente rilevante dal punto di vista delle ricadute immediate sull’area.

È chiaro che quelli sopra descritti rappresentano elementi essenziali, ma non sufficienti ad accettare di buon grado la presenza di un impianto di biometano nel proprio ambiente, essendovi molti altri fattori da considerare e valutare.

Il primo di questi è la localizzazione; premesso che un impianto di biometano occupa una superficie in assoluto non enorme (in genere 3-4 ettari) è ovvio che una cosa è collocarlo nelle vicinanze di un centro abitato, magari in una zona di elevato pregio ambientale, altra cosa è situarlo su un terreno periferico, opportunamente schermato alla vista da alberature e simili.
Peraltro, considerazioni di sicurezza sanitaria rendono opportuno evitare l’insediamento di un impianto di quel genere in contiguità di allevamenti zootecnici.

Un altro elemento rilevante sono le biomasse utilizzate. Fortunatamente stringenti vincoli di natura economica e regolamentare fanno sì che nei nuovi progetti si tenda ad evitare la pratica, molto discutibile sul piano ambientale ed etico, di utilizzare colture dedicate (cioè coltivazioni di prodotti destinati all’alimentazione umana e/o animale, come ad esempio il mais, effettuate appositamente per scopi energetici), per lasciare il posto a sottoprodotti agricoli e dell’allevamento (reflui zootecnici).
In merito, considerata la massiccia presenza di allevamenti avicoli (galline oviaole  e polli da carne)  nel territorio viterbese, nel caso specifico le deiezioni di questi allevamenti (comunemente dette “pollina”) possono fare certamente al caso, senza necessità di utilizzare altre matrici provenienti dall’esterno o prodotte appositamente.

Naturalmente questo implica una corretta progettazione dell’impianto e del suo modello gestionale: dalla realizzazione di strutture di stoccaggio adeguate; alla corretta effettuazione delle operazioni di scarico delle biomasse; all’efficacia del processo (chiuso e controllato) di digestione anaerobica della pollina, che la rende inodore, ne riduce e stabilizza la carica batterica e mineralizza l’azoto; al compostaggio del digestato liquido (il residuo del processo di digestione anaerobica), che ne implica l’ossidazione e la trasformazione in un eccellente ammendante agricolo di elevato qualità da utilizzare in agricoltura, con particolare indicazione per le colture orticole e fruttifere).
Tutti accorgimenti ampiamente noti e collaudati che, non solo permettono di evitare qualsiasi tipo di impatto negativo sull’area circostante, ma anzi migliorano notevolmente le condizioni ambientali, tanto che la produzione di biogas e di biometano siano annoverate dall’Unione Europea come “BAT” (Best Available Technology) per il trattamento dei reflui zootecnici.
Peraltro una gestione di questo tipo non comporta un incremento del traffico pesante: l’incidenza dei trasporti sarebbe sostanzialmente la medesima di quella attualmente in essere per lo smaltimento delle deiezioni prodotte degli allevamenti (salvo ovviamente il caso in cui l’impianto sia localizzato nei pressi del centro abitato, il che implica considerazioni di tipo qualitativo, più che quantitativo).

Soprattutto – e questo rappresenta l’aspetto virtuoso dell’impianto – l’utilizzo della pollina per la produzione di biometano e il compostaggio del relativo digestato, a differenza del suo utilizzo in agricoltura tal quale (cioè nella forma in cui si produce nell’allevamento), permette, come detto sopra, di ottenere l’abbattimento totale delle emissioni odorigene; inoltre il trattamento effettuato nell’impianto stabilizza la pollina dal punto di vista biologico, ottimizzandone complessivamente le caratteristiche ammendanti. Si tratta certamente di un miglioramento estremamente rilevante della situazione ambientale dell’area, peraltro con una significativa ricaduta economica per gli allevatori del territorio.

In conclusione solo di fronte alla concreta prospettiva di ottenere un rilevante contributo al miglioramento della situazione ambientale, oltreché economica, una comunità locale dovrebbe accettare di buon grado un impianto di biometano nel proprio territorio. E tale miglioramento è ottenibile solo se l’impianto è localizzato, progettato, costruito e gestito correttamente; in particolare, in un’area caratterizzata da una rilevante concentrazione di allevamenti avicoli, come quella viterbese, un impianto che abbia i suddetti requisiti (e desidero ribadire che qui prescindo completamente dall’impianto di Campolungo – del quale non conosco le caratteristiche progettuali), potrebbe certamente fornire un contributo davvero rilevante all’ambiente, riducendo le emissioni odorigene e migliorarando le caratteristiche ammendanti della pollina, che altrimenti verrebbe comunque utilizzata in agricoltura tal quale. Il tutto con un rilevante ricaduta economica per l’area».
 
Commenta con il tuo account Facebook