Diciamo pura che è andata come doveva andare e come non poteva andare, la questione dei cinque referendum sulla giustizia italiana, ed ora chi si esercita nell’analisi su chi ha vinto e su chi ha perso, probabilmente dovrebbe farlo moderatamente e prudentemente.

Con le regole democratiche è sempre bene non scherzare, non esagerare e quindi maneggiarle con cura e non in modo strumentale, soprattutto.

La sindrome negativa e pasticciata che affligge da tempo il salvinismo,  puntava con il cappello messo sui quesiti radicali a riscuotere il consenso di un sentimento populistico anti magistratura e soprattutto anti parlamento, che sicuramente esiste, ma che essendo probabilmente in regressione anche qui da noi, stavolta non si è espresso.

Così si è ottenuto l’effetto contrario con la consegna al Parlamento in Senato della legge Cartabia, già passata alla Camera dei Deputati, come occasione di miglioramento della stessa, anche in consioderazione dei contenuti dei quesiti referendari.

Certo la radicalità di una vittoria dei SI’ avrebbe spinto tutte le forze politiche ad affrontare con coraggio ed innovazione sia la questione delle carriere separate dei magistrati, le imperfezioni della legge Severino, l’elezione del Consiglio Superiore della Magistratura senza correnti, un approccio diverso alla custodia cautelare, ma l’occasione di migliorare questi problemi è a disposizione di tutti.

Quindi l’esercizio di trovare se hanno vinto i magistrati o piuttosto ha perso Salvini serve a poco se lo si paragona all’ennesimo colpo inferto all’utilità ed alla credibilità dello strumento referendario; non solo per i cittadini elettori, ma soprattutto per la classe politica parlamentare che deve sulla base della nostra Costituzione, tenerne conto nei casi in cui l’abrogazione si affermasse.

Resta come un vulnus ancora lancinante la vittoria “mutilata” ottenuta nel 2011 con il 54,8% dai referendum abrogativi sul nucleare, sul legittimo impedimento per le alte cariche dello Stato e sulla cosiddetta “acqua pubblica”; in particolare quest’ultima abrogazione non ha portato ad una netta e chiara pubblicizzazione dell’acqua.

Le Regioni, cui compete la normazione di dettaglio, hanno tranquillamente ignorato il segnale inequivocabile che il Parlamento non ha colto e tramutato in leggi chiare ed inequivocabili.

Era già successo con il finanziamento pubblico ai partiti, trasformato in lauti rimborsi elettorali, l’abolizione di alcuni ministeri ed altre abili malversazioni normative.

La partecipazione in generale dei cittadini alla vita pubblica si sta inaridendo, se anche per l’elezione dei Sindaci si registra ogni volta un calo progressivo; ma al netto di una riforma dello strumento referendario, perchè svolgerlo in pieno giugno e per una sola giornata?

Se ci si mette anche lo zampino del diavolo che si annida sempre nelle regole, andiamo verso tempi bui.

Francesco Chiucchiurlotto

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