Tricolore

In attesa che qualche politologo si metta al lavoro per analizzare la destra politica italiana di oggi, quella del 2 giugno scorso per intenderci, sarà bene fare alcune considerazioni.

Intanto è bene sapere che l’origine dei termini contrapposti di destra e sinistra è legata alla convocazione degli Stati Generali in Francia, poco prima della rivoluzione del 14 luglio 1789, in cui il terzo stato, dopo i nobili ed il clero, si divise in assemblea, con alla destra del Presidente i moderati, alla sinistra i rivoluzionari; da allora questa distinzione e collocazione è diventata storia comune dell’occidente.

La prima volta che da noi si usò il termine “destra” fu in riferimento alla Destra Storica nata con Cavour e composta principalmente dai proprietari terrieri e dall’alta borghesia. Questo partito governò il Paese dall’unità fino alla fine del 1876.

Poi si qualificò “destra” la stessa ideologia borghese e liberale, con un orientamento politico liberal-conservatore, nazional-conservatore, moderato-legge ed ordine, “Dio, Patria, Famiglia”, dalla parte del capitale piuttosto che del lavoro, dalla parte del rigore cattolico, piuttosto che delle aperture Conciliari, dalla parte del sovranismo, piuttosto che dell’Unione Europea.

La destra che abbiamo visto il 2 giugno in piazza è ancora una evoluzione di tutto ciò ed anche recentissima, da un punto di vista storico, perché mostrando ben 4 componenti, si caratterizza non per una ideologia o per posizioni programmatiche, ma per la classica conformazione populista del capo ed il suo partito personale (Berlusconi, Salvini, Meloni, Pappalardo), il nemico e la sua raffigurazione becera e semplicistica (migranti, burocrati comunitari, governi in carica), i valori minacciati (Patria, confini, indipendenza, libertà)

Il dosaggio della virulenza con cui tutto ciò viene interpretato era visivamente tangibile nelle piazze della Festa della Repubblica, e tutto ciò sta producendo una radicalizzazione delle posizioni, non tanto in Parlamento, ma nel Paese, tra i cittadini in difficoltà, nei talk televisivi, nei comizi e performance dei vari leader.

Il 25 aprile, il Primo Maggio ed il 2 giugno sono date storiche che riguardano tutti: il primo celebra la Liberazione, perché l’Italia fu militarmente invasa da un esercito poi sconfitto; la seconda celebra il lavoro sul quale è fondata la nostra Repubblica e la terza celebra appunto quest’ultima, che è la forma di istituzione che ci siamo liberamente scelti.

Ma allora perché una parte, la destra appunto, critica e bolla come politicamente di sinistra e divisive le prime due e tende ad appropriarsi della terza? Perché pretende il monopolio del termine Patria? Non è forse l’Italia anche la mia Patria, il tricolore la mia bandiera anche se mi sento culturalmente e politicamente di sinistra?

Non riesco a capire né a percepire qualità tali che alimentino la presunzione di fare omaggio all’Altare della Patria non come istituzione ma come partito politico; non riesco a giustificare né a tollerare il disprezzo spocchioso verso qualsiasi governo che non sia il proprio, da parte di leader che pure hanno governato a lungo e non certo in modo esaltante.

E’ questo un veleno sottile intriso di demagogia sfrontata, polemica urlata, rinuncia al confronto ed al ragionamento, dominio del senso comune a scapito del buon senso, che sta scendendo per li rami intossicando l’opinione pubblica.

Neanche di fronte ad una pandemia omicida si sono usati toni e contenuti ascrivibili ad un fronte comune nazionale, ma a qualcosa che a parti mutate si sarebbe definito tranquillamente “disfattismo”.

Nella dialettica democratica serve come l’aria che respiriamo l’esistenza di culture, ideologie, visioni diverse; chi si sottrae ad essa rinuncia al proprio ruolo per un inutile protagonismo, con danni incalcolabili, non per il governo ma per gli Italiani.

Francesco Chiucchiurlotto