Il titolo ”Acqua che fare?” del presente intervento di RES PUBLICA, è in verità una domanda pleonastica, cioè già se ne conosce la risposta.

Infatti dalla legge Galli del 1994 che rivoluzionò il sistema idrico più o meno integrato, togliendo la gestione ai Comuni per affidarla a sistemi complessi di nuovo conio amministrativo in cui tutti i difetti della PA (Pubblica Amministrazione), venivano meticolosamente immessi, si è arrivati, dopo un referendum, all’acqua pubblica.

Quando nacquero gli Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) e quasi ovunque, mi pare con una o due eccezioni, tra i 5 criteri scientifici per individuarli, alla fine si scelse il più banale e sbagliato, quello dei meri confini delle Province.

Poi naturalmente si crearono le Autorità d’Ambito, individuate con una Convenzione di Cooperazione che metteva insieme tutti i Sindaci coinvolti, schierati disciplinatamente per appartenenza di partito, con tanto di maggioranze e minoranze, come nell’altro organo amministrativo della Consulta d’Ambito.

Ecco che un bene primario come l’acqua diviene merce e materia di intervento, compromesso, trattativa della politica più minuta e marginale.

Poi le forme di gestione da scegliere tra quelle indicate dalla UE, privatistica; in house, cioè SPA di tutti i Comuni coinvolti; e mista pubblico-privato.

Cominciano ad accumularsi i debiti semplicemente perché come dopo un big bang, tutto deve cambiare e si forma l’ambito con quel che c’è: reti idriche fatiscenti, captazioni insufficienti, depurazione per modo di dire: cioè invece di procedere sul bilancio idrico di ciascun comune sino al suo pareggio ed efficientamento, anche a costo di un duro commissariamento, si mettono insieme Comuni virtuosi e Comuni disastrati, tanto con la tariffa unica si risolve tutto, ed in nome di farlocca “solidarietà” siamo tutti uguali, buoni e cattivi!

Certo raddoppiando la tariffa, quando va bene, ed indebitandosi sino al collo comunque.

Le soluzioni nel Lazio sono state già trovate; dopo il referendum sull’acqua pubblica del 2011 la Giunta Zingaretti promuove una legge di ripubblicizzazione, la n°5 approvata il 4.4.14, il cui titolo è di per se esplicativo:” Tutela, governo, e gestione pubblica delle acque”, una legge moderna, innovativa, scritta gomito a gomito con i Comuni e le associazioni ambientaliste, ma…

Ma entro sei mesi si doveva provvedere ad individuare gli ambiti di bacino idrografico con cui organizzare il territorio del Lazio; come? Con una conferenza regionale, un provvedimento di Giunta Regionale, un regolamento? No, con una nuova legge e quindi con una complicazione ed itinera di Commissioni, consultazioni, studi e trattative, nuove elezioni, che si è finito per insabbiare il tutto.

Sono passati 5 anni e non si capisce perché non si è completato l’iter della legge 5/14; forse nella Costituente delle Idee del PD, in allestimento a novembre, si troverà finalmente la spinta ad agire; nel frattempo si mandano i Commissari, su sacrosanto sollecito UE perché i depuratori mancano, c’è l’arsenico e le reti sono colabrodi; ma a fare che? Obbligare i Comuni al pareggio del proprio bilancio idrico ed all’efficienza del sistema prima di entrare nell’ATO? No a inzeppare Talete spa, (ad es.nel Viterbese), con altre gestioni deficitarie che aumenteranno i debiti e tratteranno allo stesso modo i cittadini ben amministrati e quelli no.

Francesco chiucchiurlotto

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