CARNEVALE VA … !

I Romani sostenevano che “Semel in anno licet insanire!” cioè almeno una volta all’anno è possibile impazzire, quindi uscire da regole e canoni del conformismo usuale e quotidiano; oggi si direbbe, fuori dal politicamente corretto e dal normale tran tran.

Ma loro, i Romani, non schiacciati dal monoteismo rigido ed implacabile del post 313 d.C., trovavano nel politeismo, a torto definito nell’accezione negativa di “pagano”, infinite vitali possibilità di conoscere ed esprimere se stessi, attraverso un Pantheon articolatissimo di dei e dee ereditato dai Greci, ai quali probabilmente l’umanità occidentale deve tutto.

Ad esempio gli schiavi facevano da padroni, veniva eletto un princeps in ogni situazione aggregata, ma il tutto nella particolare atmosfera religiosa che riguardava Saturno nell’Olimpo romano, ed in Grecia Crhonos, cioè il tempo che modella le stagioni.

Si svolgevano quindi i SATURNALIA, a fine anno,  che comprendevano il periodo della sospensione agricola, dell’attesa del rigoglio della natura e di quell’insanire che rimetteva a posto momentaneamente rapporti ed interessi.

In epoca romana si credeva che tali divinità, Saturno o Plutone, ed in particolare Dioniso (Bacco), uscite dalle profondità del suolo, vagassero in corteo con gli umani per tutto il periodo invernale, quando cioè la terra riposava ed erano indotte a ritornare nell’aldilà con feste e sacrifici, da dove avrebbero favorito i raccolti della stagione estiva. 

Si trattava insomma di una sorta di lunga sfilata in cui dominava il colore rosso, quello degli Dei, e di eccessi a sfondo orgiastico, dionisiaco, con tanto di baccanali il cui l’unico limite era la resistenza fisica; oggi ci accontentiamo dei carri mascherati e dei coriandoli.

Insomma la civiltà greca e poi romana, non si facevano mancare niente, anche nell’eccesso.

Il Cristianesimo ha combattuto a lungo e vinto contro queste tradizioni, cercando di ottunderne gli aspetti eversivi verso il potere dominante sia politico che religioso, e ciò ci riporta a quel che abbiamo perduto, come cultura occidentale in modo ormai definitivo, cioè quella nostro innocenza di contatto, rapporto, fruizione con il piacere, presto assimilato al peccato.

C’è un simbolo, un logo, un banner di tutto ciò, ed è la pianta della vite, da cui deriva il prodotto più celebrato dall’intera umanità, (almeno sino a Maometto): il VINO.

Ho avuto la fortuna di viaggiare e di conoscere, non tanto certo quanto vorrei voluto, il nostro contesto europeo, ma serbo dei ricordi importanti in cui il tralcio di vite costituisce una pista culturale non solo grafica o scultorea, ma appunto simbolica ed identitaria, in Chiese ortodosse primordiali, per esempio su un monte brullo in Georgia, (dove non va dimenticato  storicamente fu fermentato il primo Vino), oppure a Cipro.

E’ semplice ricostruire, agli albori del cristianesimo trionfante, la traccia che si fissava in archi e colonne, in affreschi e dipinti, in mosaici e decorazioni, costituita da viti e grappoli, a testimoniare che il Dio Dioniso doveva conservare un suo spazio, doveva collegare la nuova divinità cristiana alle tradizioni “pagane”, se non altro per spegnerne la carica eversiva che il vino, il sesso, il piacere umano, ancora nonostante tutto conservano.

Jorge Luis Borges diceva: “Noi siamo Greci!”, e senza dubbio aveva ragione, ed è con questa chiosa dotta e ben augurale, che auguro a tutti BUON CARNEVALE!

(C’è pure la rima!)

Francesco Chiucchiurlotto