Se qualcuno volesse stabilire una data fatidica per l’affermarsi del populismo in Italia, dovrebbe prendere il 2 maggio 2007 con l’uscita nelle librerie del volume “ La casta” di Stella e Rizzo, libro-inchiesta sulle istituzioni locali, che oltre alla denuncia sacrosanta di sprechi e privilegi, indusse ad una semplificazione liquidatoria e semplicistica di alcune di esse.
Tra le vittime illustri ci sono senz’altro le Comunità Montane.
Come certamente si saprà è l’art.44 della Costituzione a tutelare le zone montane, e lo fa la Costituzione perché vivere in quelle zone comporta sacrificio, rischio, ed ormai abbastanza spesso, anche condizioni drammatiche.

Nel Lazio i Comuni totalmente e parzialmente montani sono 240 su 378, con una superficie complessiva di 10.886 Kmq, pari al 63% della superficie regionale ed una popolazione di 1.048.871, quindi una realtà non di poco conto.

Le Comunità Montane per decenni hanno rappresentato una referenza istituzionale insostituibile, sia per l’erogazione di servizi ai cittadini, stanti le particolari condizioni, orografiche, climatiche, socioeconomiche, sia per la programmazione di vaste porzioni di territorio montano.

E’ poi iniziata la stagione delle riforme istituzionali ed i modelli di gestione dei servizi e di governo del territorio sono diventati altri, ed infine è intervenuta la Legge del Rio e l’esito referendario del 4 dicembre 2016, che ha reso parte di quella legge incostituzionale, e quindi gli enti intermedi Province e Comunità Montane, necessitano ora di revisione e recupero.

Ecco perché in molte Regioni, come il Lazio, si è soprasseduto ad un riordino sul governo delle zone montane e dopo la Strategia Nazionale per le Aree Interne, si ha a livello nazionale una situazione quanto mai varia: alcune Regioni hanno istituito le Unioni di Comuni Montani, altre, come la Lombardia, hanno conservato le Comunità Montane, altre ancora hanno creato Agenzie Regionali.

Giorni fa il quotidiano IL TEMPO spara un titolo a piene colonne: “La casta delle Comunità Montane” – Ancora sprechi – Un mare di soldi ai carrozzoni pubblici che dovevano sparire-
Ora chiamare degli amministratori che “gratuitamente” e tra mille difficoltà e rischi, svolgono il loro incarico nelle Comunità Montane come appartenenti ad un “Casta” ci appare ingeneroso e sbagliato, come del tutto fuorviante ed appunto populistico è un giudizio che dai difetti e dalle mancanze di una istituzione pubblica, sicuramente da denunciare e correggere, si estende sino a travolgere proprio la stessa istituzione.

Chi abita in montagna sa che se nevica qualcuno deve pur spalare la neve; che se i boschi vanno a fuoco qualcuno deve pur prevenire e spegnere gli incendi; che se ci sono frane e smottamenti, qualcuno deve pur ripristinare la viabilità; che ad acqua, elettricità, gas e banda larga qualcuno deve pur pensarci; che se ci sono prodotti tipici enogastronomici ed artigianali da tutelare e valorizzare, qualcuno deve pur programmarne gli interventi.

Può non piacere, ma le Comunità Montane sono ancora per tutto ciò indispensabili, certo in un nuovo quadro istituzionale armonico ed efficiente, ma non disintermediato come un approccio centralistico e semplicistico ha voluto sinora tentare, per fortuna invano.

Francesco Chiucchiurlotto

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