Francesco Chiucchiurlotto

VITERBO – In questa estate torrida per la temperatura fuori dall’ordinario, per gli incendi micidiali quanto autolesionistici, per le polemiche tra populismi litigiosi ed inconsapevoli, gli Italiani riscoprono il proprio Paese viaggiando per sagre in mille itinerari.

Trionfa l’enogastronomia in gusti e sapori legati ad una biodiversità infinita ed in continua evoluzione; in centri storici medievali e rinascimentali, piccoli e minuscoli, magari abbarbicati su montagne, nascosti su colline boscose o raggiungibili per carrarecce, ma veri scrigni di opere preziose, tesori di arte, storia, architettura, paesaggio.

Gli Italiani scoprono e riscoprono i piccoli Comuni, ne ammirano forme, qualità e stili di vita, ne apprezzano tipicità ed eccellenze, ne gustano il cibo il vino, si divertono con i più vari programmi di musica e spettacolo, acquistano souvenirs dell’artigianato locale, ma non sanno o non si rendono conto che questi borghi e paesi stanno morendo.

Non in tutta Italia e non in egual misura nei circa 5.500 Comuni sino a 5.000 abitanti, ma in questo ultimo ventennio in cui si sono alternati governi di segno diverso ma uguali per cinismo e miopia, si è accentuato lo spopolamento, un vero e proprio esodo, contrassegnato da invecchiamento ed impoverimento della popolazione.

Ed ogni posto vuoto lasciato è anche luogo di memoria, di identità, di saperi, sapori, attitudini che nessuno potrà più colmare; è la riserva culturale a cui attinge il “made in Italy”; è l’artigianato d’arte ormai affidato alle mani rugose di pochi vecchi; la sapienza culinaria, le tradizioni orali, canti, danze, rime, folclore, che si sfarinano.

Così mentre il penultimo governo in carica pensò bene di stanziare 9 miliardi per le periferie urbane e 100 milioni in 7 anni per i cosiddetti Piccoli Comuni, con una legge bloccata ancor oggi in Senato, l’esodo continua e per esempio nel Lazio nei 251 Comuni sino a 5000 abitanti, in un anno non ci sono più 29.000 residenti: come se 29 borghi da 1000 abitanti fossero stati cancellati, non dalla carta geografica, ma dal tessuto culturale della nazione.

Cosa si può fare, subito, per avviare un controesodo virtuoso che da una parte crei le condizioni per giovani a restare e dall’altra quelle per ripopolare borghi e paesi?

Intanto smettere di chiamare questi Comuni “piccoli”: sono enti che manutengono il 54% della superficie nazionale, rappresentano il 73% del numero dei Comuni; amministrano oltre 10 milioni di italiani; conservano il patrimonio culturale che si è detto; hanno acqua, aria, cibo, stili di vita, a disposizione di tutti.

I termini piccolo e piccoli, sono sinonimi di scarsità e marginalità non solo di condizioni demografiche, ma di peso istituzionale e quindi politico, di attenzione e cura da parte dei ”grandi”, perchè se c’è un piccolo ci deve essere anche un grande ed un grande tratta il piccolo con la sufficienza, il distratto interesse, la buona grazia da concedere ogni tanto, che il termine piccolo comporta.

Chiamiamoli borghi e paesi d’Italia; e quando le feste e le sagre che punteggiano l’anno saranno finite ricordiamoci e ricordiamo a chi di dovere, che è essenziale e vitale avviare una politica nazionale di controesodo, che restituisca dignità istituzionale e futuro alle nostre vere radici.

F. Chiucchiurlotto (Res 99)

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