Non so perché in questi giorni mi viene in mente il romanzo di Gabriel Garcia Marquez, “L’amore ai tempi del colera”; sarà sicuramente perché viviamo anche noi tempi di epidemie virali, questo Coronavirus che sta scombussolando il mondo intero ed ancora non si capisce bene cosa sia.

Poi la straordinaria storia d’amore tra Florentino Ariza e Firmina Daza, che riescono a riunirsi carnalmente solo ultrasettantenni, dopo mezzo secolo di ricerche, ripulse ed incomprensioni, mi porta anch’essa a ridosso del problema di come oggi non riusciamo più a comunicare con certezza quasi niente.

Eppure siamo passati come Genere attraverso pestilenze di ogni tipo, quella che ci racconta Giovanni Boccaccio o Alessandro Manzoni; quelle che abbiamo vissuto nel secolo scorso, la pandemia detta Spagnola che fece più vittime della Grande Guerra; o il colera di Napoli.

Ogni volta si rivivono le stesse dinamiche: dai tentativi di minimizzazione iniziale cui segue una confusa presa di coscienza e talvolta si finisce nel panico, quel sentimento confuso ed irrazionale, che rovescia la percezione degli altri esseri umani intesi comunemente come gruppo o folla accogliente ed amica, anzi occasione e strumento di esaltazione e transfert della propria individualità in qualcosa d’indistinto sì, ma più forte e potente di se stessi.

Ebbene il tutto diviene nemico, pericoloso, minaccioso; la mascherina chiude gli accessi al nostro corpo indifeso; l’isolamento, la quarantena, ci rinserra in luoghi lontani dagli altri, o a casa o in ospedale; gli altri sono il pericolo, il nemico; non importa se solo percepiti o indicati come tale, non importa più il vero od il falso, l’analisi razionale o la supposizione fantasiosa, la documentata diagnosi o la becera fake news, il richiamo a comportamenti univoci e la speculazione canagliescamente sfrontata.

A voglia a rileggere nel Manzoni dei “Promessi sposi” la genesi del fenomeno degli untori di peste; i mirabolanti vasetti di unguento malefico diffusi dietro cospicui pagamenti in denaro, come oggi i laboratori da guerra batteriologica impiegati per piegare l’economia ed il futuribile dominio del gigante giallo.

“Il buon senso c’era – ci dice Manzoni di coloro che non credevano agli untori – ma se ne stava nascosto per paura del senso comune.”

Basterebbe riflettere su questa frase per trarre qualche buona indicazione per il presente: intanto è un’influenza, con tosse, raffreddore, febbre; quella comune che ogni anno conosciamo, che è ben sei volte più pervasiva e che provoca circa due mila morti colpendo anziani, malati terminali, oncologici, immunodepressi e via elencando.

Il punto non trascurabile né ridimensionabile è che è senza una cura efficace, senza nessun contrasto farmacologico, quindi tende a diffondersi in tutti noi, paralizzando subito la nostra capacità di curarci, in ospedali, presidi, strumentazioni, medicamenti; poi tende a bloccare tutte le attività umane e quindi alla lunga a far collassare, per un po’, economie e commerci.

Ebbene su quanto sopra non c’è ancora una informazione degna di questo nome, che ci faccia affrontare questa emergenza con ordine, raziocinio, programmi; così contiamo gli infettati e neanche allo stesso modo, perché sono convinto che altrove sono molti di più di quanto rilevati con altri metodi; contempliamo lo stillicidio dei morti di oggi così come abbiamo ignorato quelli di ogni santissima influenza annuale; scateniamo i nostri peggiori istinti disertando ristoranti e shops cinesi o addirittura aggredendo persone innocue e connazionali, facendo scorte da rifugio antiatomico.

Non c’è amore al tempo del Coronavirus …

Francesco Chiucchiurlotto