Con la consueta preveggenza che solo un’attitudine e competenza filosofica sanno dare, Massimo Cacciari ha lanciato un appassionato allarme sui rischi che la nostra democrazia sta correndo in tempi di pandemia.

Non sono soltanto i DPCM (Decreti Presidenza del Consiglio) con cui il Premier Giuseppe Conte scandisce ciò che possiamo o non possiamo fare delle nostre libertà personali,  abitudini, e relazioni sociali; oppure i provvedimenti che pur legittimi, emarginano il ruolo ed i poteri del Parlamento; né la necessaria dialettica con le minoranze politiche che manca, c’è qualcosa di più: una “generale” tendenza all’indebolimento progressivo della democrazia liberale, come la conosciamo e come la nostra Costituzione regola.

Penso anch’io che i rischi siano fondati, ma la pandemia COVID 19 (sulla quale ho scritto un bel romanzo – PUBBLICITA’ PROGRESSO -) si aggiunge a tanti altri fattori patogeni che da tempo imperversano non solo da noi, ma con, e nella, globalizzazione.

Democrazia è notorio significa governo del popolo, dei molti, della maggioranza; è caratterizzata da pluralismo, contendibilità, libertà di tutti tipi, iniziativa privata e pubblica.

La tendenza che si va affermando con alterne vicende non è solo attribuibile al populismo o al sovranismo che tendono a fiaccare quelle componenti.

E’ chiaro che la personalizzazione e la verticalizzazione del potere tende ad escludere processi di codecisione e collegialità; che il pensiero del Capo tende a prevale su ogni tipo di dialettica interna alle formazioni politiche; che la conquista democratica del potere tende a rafforzarsi verso la pienezza possibile di esso.

Ma qui in Italia, come del resto altrove in Europa, alcune limitazioni ed ostacoli al pieno dispiegarsi della volontà di una “nazione” derivano, per esempio, dai vincoli di appartenenza all’Unione Europea ed alle istituzioni collettive che essa si è data.

Non c’è dubbio che avanzando il processo di integrazione, il Parlamento deve cedere delle prerogative, e che percentuali sempre più alte di atti legislativi sono in mera applicazione di direttive europee.

C’è stato poi, e si va consolidando, una sorta di decretazione d’urgenza, che più che urgenza è di comodo, per cui il potere esecutivo rappresentato dal governo e dal Presidente del Consiglio dei ministri, travalica i suoi confini e schiaccia il potere legislativo e si scontra con quello giudiziario.

Ma non solo i decreti legge, che hanno immediata esecutività salvo la loro ratifica entro 60gg., ma anche il ricorso frequente al voto di fiducia al governo, hanno ridotto gli spazi di discussione non solo all’esterno della compagine al comando, ma anche al suo interno.

La catena di comando si è cominciata ad accorciare uscendo dagli anni di piombo e da Mani Pulite, quando per recuperare credibilità alle istituzioni si legiferò, con successo, prima l’elezione dei Sindaci e dei Presidenti di Provincia, poi quella dei Presidenti di Regione.

I Consigli, espressione propria e originaria dei cittadini, divennero e sono ancora, uditori senza poteri, impediti, anche dalla crisi dei partiti di massa, ad avere interlocuzione, informazione, partecipazione con i vertici amministrativi.

Non sarebbe ora di rivedere la legge sull’elezione diretta, rigenerando alla base il sistema democratico? Perché non spostare alcuni poteri decisori, alcune competenze e prerogative, dalla Giunta e dal Sindaco ai Consigli comunali, provinciali, regionali?

Forse la necessità di riorganizzare questi poteri contaminerebbe in senso democratico e partecipativo anche i nostri partiti, diminuendo quei rischi che Massimo Cacciari denunciava.

Francesco Chiucchiurlotto