Francesco Chiucchiurlotto
Francesco Chiucchiurlotto

VITERBO – “Domenica scorsa un ennesimo referendum ha interessato i media e incuriosito l’opinione pubblica non direttamente coinvolta come quella veneta e lombarda; cioè quello che appunto in Veneto ed in Lombardia ha chiesto ai cittadini di due delle regioni più ricche e sviluppate d’Italia, di aprire una vertenza con lo Stato italiano per maggiore autonomia e risorse.

Cioè i residenti delle regioni che godono delle migliori condizioni di vita si mobilitano per averne di ottime, forti del PIL prodotto e delle imposte pagate e promettendo che la locomotiva che essi rappresentano andrà più veloce e sicura nel trainare i vagoni italiani.

Quindi un beneficio per tutti, argomentato in modo non banale.

Quindi dopo quello del 4 dicembre sulla riforma della Costituzione (il Signore ce la preservi!), quello della Catalogna sull’indipendenza e il referendum di domenica scorsa, dovremmo porci qualche domanda su di esso: cosa assai diversa il referendum abrogativo, da quello propositivo o confermativo.

L’abrogativo ed il confermativo chiama i cittadini a sanzionare o meno l’operato del Parlamento, mentre il propositivo li chiama a sollecitare il Parlamento o nel caso della Catalogna il governo regionale, ad adottare dei provvedimenti o delle politiche.

In tempi di populismo dilagante, perfino governativo come nel caso della Banca d’Italia, ritengo come un non plus ultra di populismo il referendum lombardo veneto.

Sicuramente una mossa elettoralistica, come del resto l’attacco alla Banca d’Italia, ma anche una dimostrazione di facile presa sull’opinione pubblica, già abbondantemente coltivata all’orgoglio padano o alla millenaria storia della Serenissima, sui quali la Lega di

Bossi fondava le sue fortune.

E’ un revival che in parte ha sorpreso perché dopo le percentuali risicate o insufficienti dei precedenti referendum, il 60% veneto è eclatante ed anche il 40% lombardo è sempre più alto di quanto lì raccolto dal referendum costituzionale.

Conseguenze politiche intanto notevoli: nella Lega si rimescolano le carte con Salvini riportando l’asse decisorio di quel partito verso i Governatori e quindi Berlusconi, piuttosto che verso i sovranisti del centro destra su una dimensione nazionale.

Ma ben più interessante, anche se ancora poco chiaro, lo spostamento del segno politico complessivo: dalla spinta centralistica naufragata il 4 dicembre scorso, verso un’ autonomia federalista che dovrebbe riprendere temi, contenuti, iniziative di qualche lustro fa.

La riforma costituzionale di stampo federale del 2001, dopo il quasi immediato ed incomprensibile abbandono dei suoi promotori, si arenò nell’applicazione pratica dei costi standard, nel decentramento amministrativo, nella sussidiarietà orizzontale e verticale.

Dopo la legge Del Rio l’intero assetto del Testo Unico delle Autonomie Locali è stato devastato e si constata che non c’è segno di ravvedimento o di riparazione del danno.

Credo fermamente che una rivisitazione ed attuazione della riforma del 2001, dopo lo smaltimento dell’ubriacatura da centralismo e disintermediazione, sia non solo opportuna, ma necessaria”.

Francesco Chiucchiurlotto (Res 115)

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