Francesco Chiucchiurlotto
Francesco Chiucchiurlotto

VITERBO – Stavo facendo il conto di quante Feste dell’Unità ho contribuito, in maniera più o meno rilevante, ad organizzare, a far data dal 1976, ancora non iscritto al PCI: sicuramente un centinaio.

Conservo con piacere i ricordi di quella esperienza che, dal livello comunale, provinciale e nazionale, coinvolgeva i militanti ed i dirigenti del Partito Comunista Italiano, per ricavare denaro per finanziare il giornale del Partito, l’Unità, fondato da Antonio Gramsci, come ricordava la testata.

Ma la Festa andava molto al di la dell’aspetto finanziario, che pure aveva una certa importanza per il mantenimento di un partito che aveva sedi e strutture sociali come le Case del Popolo, in ogni Comune e frazione d’Italia; un apparato di funzionari stipendiati, eredi dei famosi “rivoluzionari di professione” di leniniana memoria; scuole di politica, la più famosa delle quali il complesso residenziale delle Frattocchie; riviste e reti culturali attivissime.

Il quotidiano l’Unità era la Gazzetta Ufficiale del Partito; faceva informazione e controinformazione, ma soprattutto dava a tutti la “LINEA”: ogni militante o dirigente si dava una opinione univoca ed indiscutibile, almeno in pubblico, su ogni aspetto della politica italiana ed internazionale, filtrati dal vertice.

La Festa per il suo finanziamento, l’Unità era sempre in passivo, diveniva simbolo di pulizia e correttezza, a differenza degli avversari Forchettoni, che si sostenevano con dollari e malversazioni, e quindi si era fieri di chiedere prima sottoscrizioni per l’organizzazione, poi per le varie lotterie e per gli stands di gastronomia o giochi vari.

La Festa dell’Unità era il cuore dell’attività della Sezione del PCI; per un mese si discuteva non del governo o dell’attività parlamentare, ma del vino da comprare in campagna o del menu da scegliere, dei prezzi da praticare; era una palestra in cui si misuravano le qualità dei dirigenti, il loro carisma, il successo di una proposta che veniva dal basso, la condivisione di uno sforzo collettivo e volontario che prefigurava un diverso modo di gestire le cose.

Poi c’era il comizio: chi faceva quello di chiusura tra i dirigenti provinciali o nazionali, dimostrava la vicinanza di opinione o simpatia con il gruppo dirigente locale che lo aveva invitato; e trattava questioni d’interesse vivo, che avrebbero riguardato la ripresa autunnale.

Così il comizio di chiusura del Segretario Nazionale era un evento epocale per le migliaia di partecipanti, il rilievo mediatico, e per la linea che vi veniva espressa.

Oggi la Festa dell’Unità di Bologna abbandona dopo 44 anni il Parco Nord per la più comoda ma asettica Fiera, a Pisa non si farà; il senso che ho cercato di ricordare delle Feste dell’Unità, sin dalla prima di esse nel settembre 1945, è quasi del tutto scomparso come il giornale che come uno spettrale zombi continua a dar loro il nome.

Un partito che non riesce ancora ad innovare neanche nel modo di stare insieme in festa, per discutere e divertirsi, per ascoltarsi e contarsi, dovrebbe porsi il problema che festeggiare un giornale che non c’è più, rimanda all’idea di un utilizzo furbastro di un brand storico promozionale, che meriterebbe solo rispetto e ricostruzione storica,
Mi pare che per il PD ci sia molto da fare per uscire dalla palude.

Francesco Chicchiurlotto (RES 180)

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