Tra le cose difficilmente comprensibili della crisi di governo che ci ha privati del miglior Presidente del Consiglio, forse di sempre, stante la situazione economica (PIL da record) e sociale (occupazione da record) che ci ha lasciato dopo poco più di un anno, c’è sicuramente la leggerezza al limite dell’incoscienza, del non aver messo mano ad una nuova legge elettorale ed al riordino istituzionale dopo il taglio del numero dei parlamentari.

Andremo a votare con la stessa legge che ha prodotto tre governi diversi e la fine anticipata della XVIII legislatura, contenente due sistemi altrettanto diversi di voto: il proporzionale senza preferenze ma con l’ordine di lista stabilito dai capicorrente, e l’uninominale secco di chi prende un voto in più degli altri nei 147 collegi su 400 per la Camera e nei 74 su 200 per il Senato.

C’è una soglia di sbarramento al 3% per i partiti, e del 10% per le coalizioni, con l’1% recuperabile in coalizione, al di sotto del quale i voti andranno sprecati.

Intanto la riduzione da 630 a 400 dei Deputati e da 315 a 200 dei Senatori, cioè 345 “poltrone” in meno, poteva essere una storica occasione per rivisitare, ammodernare, semplificare i regolamenti, il modus operandi e lo status dei parlamentari, perché ad oggi non se ne conoscono le conseguenze pratiche sul funzionamento, sui costi e sulle dinamiche politiche che ne seguiranno.

Un dato sul quale riflettere è comunque in che stato troveremo la rappresentanza e la partecipazione democratica dei cittadini italiani nella XIX legislatura dopo il voto del 25 settembre, quale tenuta avranno le nostre istituzioni sottoposte allo stress della eccezionale mobilità e volatilità delle formazioni politiche in campo, nonché per il contesto non rassicurante segnato dal mix: pandemia, guerra, inflazione, debito, siccità …

Sicuramente la riduzione del numero dei rappresentanti è di per sé ovvia, anche se il distacco con il corpo elettorale andava approfondendosi di pari passo con i crescenti tassi di astensione dal voto.

Per recuperare interesse alla rappresentatività dei cittadini, il ridotto numero degli eletti dovrebbe crescere in qualità, efficienza, economicità e magari produrre gli stessi risultati nelle istituzioni regionali e locali, per esempio riversando gli esclusi (345 politici di rango) nei Consigli Comunali, Provinciali e Regionali.

Ma non c’è niente di scontato perché le leggine apparentemente innocue, o gli emendamenti come polpette avvelenate, possono sempre far lievitare indennità ed emolumenti, oppure sistemare altrove i numerosi portaborse di risulta.

Queste problematiche sarebbero state degli ottimi argomenti di confronto in campagna elettorale e magari ne sarebbe uscito qualche spunto per un nuovo ed originale collegamento con i cittadini, di sperimentazione di democrazia partecipata e deliberativa, magari attraverso il web, come la pandemia ci ha insegnato, nuove forme di rappresentanza che appaiate alla riforma dei partiti avrebbero restituito fiducia nelle nostre istituzioni. Tutto ciò non è avvenuto e non ci si può che rammaricare per un’intera classe politica che spreca ogni occasione per migliorarsi rischiando la sindrome della gatta frettolosa che purtroppo …

Francesco Chiucchiurlotto

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