Cosa è rimasto della tre giorni di Bologna “Questa è un’altra storia”, che era stata anticipata con enfasi esagerata come la “Costituente delle idee”?

La proposta improvvida e fuori contesto di introdurre lo – ius soli – o – lo ius culturae – immediatamente sbeffeggiata da Salvini e respinta con imbarazzo da Di Maio?

Quindi un PD refrattario al cambiamento che nello statuto recepisce solo quel che è da tempo nei fatti, cioè l’inopportunità della coincidenza tra premier e leader, ed altri ritocchi non essenziali, senza toccare il nefasto meccanismo delle primarie?

No, sarebbe ingeneroso limitarsi alle cronache mediatiche del giorno dopo.

Almeno per una messa a fuoco di alcuni temi della sinistra italiana, si può dire che ne sia valsa la pena: soprattutto per il lavoro di Fabrizo Barca ed il suo Forum delle Disuguaglianze, di cui cercherò di trarre una sintesi, ma di cui invito i volenterosi a documentarsi.

Un tema fondamentale, da riprendere e praticare è quello della giustizia sociale, il principio base di ogni elaborazione di sinistra, a partire dall’art.3 della Costituzione con il “pieno sviluppo della persona umana”, l’obiettivo su cui Essa impegna l’intera Repubblica, precisando che include “la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale”. E’ quella “capacità di ciascuno di fare le cose alle quali assegna valore”, che Amartya Sen ha definito “libertà sostanziale”, tale da “non compromettere la possibilità delle future generazioni di avere la stessa o più libertà

Il fortissimo aumento della disuguaglianza di ricchezza, con i 5mila adulti più ricchi d’Italia che passano dal 2 al 7% della ricchezza nazionale. L’irrigidimento della mobilità sociale. L’arresto della riduzione delle disuguaglianze fra regioni, e la sua risalita.

Esse sono il frutto della svolta a 180 gradi che cultura politica e politiche, di ogni parte, compiono a cavallo fra anni ’70 e ’80; della subalternità culturale diffusa, anche nella sinistra, alla forma mentis neoliberale.

C’ un profondo cambiamento del “senso comune”. Lo cattura il significato nuovo di parole e concetti base dell’agire collettivo. Bastino alcuni esempi: ciò che è pubblico, è peggiore di ciò che è privato; il merito, è provato dal patrimonio accumulato; obiettivo unico dell’impresa, è massimizzare il valore corrente degli azionisti; povertà, è una colpa o una forma di furbizia sociale; libertà, è lasciare soli un ospedale, una scuola, un quartiere, una città quando non funziona.

Si pensi a quanto quest’ultimo frutto dell’ideologia neoliberale sia lontano dal principio costituzionale, per cui libertà è la possibilità di impegnarsi affinché siano rimossi gli ostacoli al funzionamento di quelle comuni ricchezze, che formano la personalità di ciascuno.

Se una persona in difficoltà o in discesa sociale viene convinta dal “senso comune” che la propria condizione non dipende da processi generali, ma interamente dalla propria responsabilità individuale, questa persona rinunzierà a cercare alleanze o soluzioni collettive e concorrerà così alla frammentazione sociale, alla deriva oltransista.

 Infatti, i famosi soggetti “non rappresentabili”, dispersi socialmente e territorialmente, esprimono una domanda di aggregazione, che usa luoghi nuovi, come scoprono continuamente le organizzazioni di cittadinanza attiva e come ha scoperto il sindacato quando si è impegnato a cercarli, oppure il movimento delle sardine che interroga tutti, ma in particolare il PD. (Segue tra 5 gg.)

Francesco Chicchiurlotto