Celebriamo Luigi Sturzo quest’anno, contemporaneamente per i cento anni del Manifesto ai “Liberi e forti”, 18 gennaio 1919, che diede luogo alla fondazione del Partito Popolare, ed i sessanta anni dalla sua scomparsa e stanno fiorendo ovunque iniziative convegnistiche, omaggi e memorie, studi e riletture.

Certo il 1919 fu “annus mirabilis” per la storia italiana: a gennaio a Roma, i “Liberi e forti” ed il partito Popolare che riapriva ai cattolici, dopo il “Non expedit”, l’agone politico; a marzo a Milano Benito Mussolini fondava i “Fasci di combattimento”; a Torino l’Ordine Nuovo di Antonio Gramsci e l’attività editoriale di Piero Gobetti e la “Lega Democratica” con Gaetano Salvemini, innovavano il dibattito ideologico; a settembre iniziava il “Biennio Rosso” facendo salire la tensione e gli scontri con l’occupazione delle fabbriche; l’organizzazione dei Consigli operai, ma anche delle “Squadracce”.

Rileggere e studiare Sturzo, è utile oggi nel dibattito ancora apertissimo sulle istituzioni, dopo il fallimento dell’ipotesi referendaria del 2016 e della legge 158/14 ad essa funzionalmente legata; dibattito che stenta ad avviarsi nel pieno di una manovra finanziaria quanto mai complessa e nuova; alla vigilia di elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, quanto mai incerte e decisive.

Sappiamo come si stia mettendo mano al TUEL; che il Titolo V della Costituzione è di nuovo oggetto di intervento e che forse l’idea di una Carta delle Autonomie Locali, missing in action, potrebbe di nuovo aprire speranze; allora perché non ripartire proprio da Luigi Sturzo, dalle sue passioni giovanili coltivate non solo nella solitudine di una scrivania, ma sui banchi del Consiglio Comunale di Caltagirone; dalla sua lucida analisi della storia italiana e dei suoi protagonisti, in primis i Comuni, le municipalità.

Quando Sturzo dice, in una sua famosa massima che le insegne, le bandiere di appartenenza politico-partitica debbano restare fuori dal municipio in cui c’è già il gonfalone, non credo voglia operare una distinzione morale o moralistica; non è la politica “sporca” quasi per definizione ed assonanza, che deve restare fuori dal tempio della municipalità, dove vi debba avere diritto soltanto una pura ed utopica aggregazione civica scevra da ogni appartenenza.
I partiti, essendo per definizione “parte” della sovranità popolare, devono però trovare un limite, un confine di azione ed intervento con il campo che essa stessa ha contribuito a creare, quello delle istituzioni civiche. In queste, nelle regole che le governano, nelle dinamiche che le interessano, nella attività amministrativa che ne deriva, si deve dispiegare la piena sovranità dei cittadini nel Comune, stavolta non di una parte, ma di tutti; questa la sostanza dell’autonomia municipale.

Quindi una volta che la politica dei partiti ha dato soffio vitale alle istituzioni locali, attraverso competizioni elettorali, assise congressuali, accordi, nei confronti di esse si dovrebbe esercitare una rispettosa vicinanza, una trasparente dialettica, riservando alla politica dei partiti il ruolo precipuo dell’elaborazione ed approfondimento delle grandi questioni ordinamentali, di indirizzo per un migliore governo locale, nonché di controllo sullo svolgimento del programma condiviso: insomma fuori i mercanti dal tempio.

La distanza abissale tra questa concezione delle istituzioni e la realtà postpopulistica che ci circonda, da la cifra del lavoro di rigenerazione ideale e strutturale necessario alla politica italiana; ma realisticamente ci si potrebbe accontentare anche di alcuni punti di attualità del Prete di Caltagirone; e soltanto riscoprirli e parlarne non può che farci bene.

Per esempio riprendendo la sua proposta di legge n°124 che presentò al senato il 16.09.1958 “Disposizioni riguardanti i partiti politici e i candidati alle elezioni politiche e amministrative”, in cui con la sobrietà di un fine legislatore, in 8 articoli rivoluziona lo stato giuridico, la prassi amministrativa, il costume stesso dei rapporti politica/cittadino; sono passati 60 anni e tutti i partiti, quelli da moralizzare e quelli moralizzatori, anche recentissimi, si sono guardati bene dal porre mano seriamente e definitivamente al tema.

Francesco Chiucchiurlotto

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