TRENT’ANNI DI SVUOTAMENTO

Come sappiamo gli anniversari servono: noi fragili Umani abbiamo bisogno di ancorarci ogni tanto a qualcosa di solido, di certo, riassumibile e condensabile; qualcosa che possiamo impacchettare nella nostra mente e portarcelo dietro: almeno sino al prossimo!

Durante l’anno, ogni anno è ricco di riassunti e memorie, di occasioni di riflessione, ci imbattiamo nel nostro compleanno, quello di amici e parenti, negli anniversari storici, politici, filosofici, letterari, istituzionali ecc..

Ma a volte ci sfugge nel baillamme mediatico in cui tutti siamo immersi, qualcosa di enormemente significativo, la mucca in corridoio di bersaniana memoria, la causa prima di un effetto importante, negativo e quasi impercettibile, che sta avendo effetti nefasti sul nostro sistema democratico.

Mi riferisco per esempio, ancora una volta, allo svuotamento nelle istituzioni democratiche di quei contenuti che attenevano alla consapevole partecipazione alla vita pubblica, sin da uno sperduto paesino montano, alla Capitale ed al Parlamento, determinato dai 30 anni della legge n°81 del 1993, di qui l’effetto anniversario di cui sopra, per l’elezione diretta del Sindaco, del Presidente della Provincia e poco dopo del Presidente di Regione.

Del trentennale se ne è parlato poco o niente, eppure quella legge è stata l’attacco più diretto ed efficace alla politica ed ai partiti, ed anche se mi è concesso alla Costituzione Repubblicana, perché sostenuta dal vento moralista dell’inchiesta Mani pulite dei magistrati milanesi, è finita poi con Tangentopoli a seminare i germi infetti del populismo, a determinare il ventennio berlusconiano, e tutto ciò che è seguito e che ancora applica ai nostri giorni la sua ultima versione.

“La sovranità è in capo al popolo”, questo il punto costituzionale stravolto con l’elezione diretta del Sindaco al quale vengono attribuiti poteri esclusivi: il programma, la nomina della Giunta Municipale, lo scioglimento del Consiglio Comunale legato alle sue dimissioni o decadenze, il vincolo di mandato.

Il programma, per quel che valga, non è un impegno collettivo e concordato, ma spesso un elaborato di buone intenzioni; la nomina della Giunta svuota di ogni significato la politica locale, perche sono i partiti, che prima contrattavano deleghe ed attribuzioni, ad essere messi fuori gioco, e con loro gli apparati, gli iscritti, i simpatizzanti, le prassi decisionali e statutarie, cioè quel tessuto di opinioni, attitudini, storia che sostenevano la partecipazione dei cittadini attraverso i partiti (art.49) alla Cosa Pubblica.

Chi decide se un Sindaco (Presidente di Provincia o di Regione) è stato onesto, efficiente, efficace? Il popolo elettore? No, la legge del vincolo di mandato, due o tre mandati poi via; anche se finalmente hai imparato a fare il Sindaco, hai avviato programmi e progetti eccellenti, hai il sostegno unanime dei cittadini.

Ebbi modo di parlarne in un flash occasionale con D’Alema, fiero sostenitore del vincolo dei mandati: mi sono sentito come Titti davanti a Gatto Silvestro: completamente inerme di fronte ad una concezione della politica per addetti di una professione intellettuale, ed in quanto tali fuori da ogni dialettica civica e fantasiosamente innovativa con i poteri locali.

Ecco, il fatto che non se ne parli, che nel pervasivo ambito riformistico non si pensi di restituire ai cittadini il potere decisionale, sin da come e dove fare una strada, un giardino, una scuola, una imposta, modificando la legge 81/93, è grave e lontano dalla Costituzione.

Non poterne discutere nella propria sezione o circolo del partito o associazione di appartenenza, sicuri che un proprio esponente delegato porti a contare le proprie decisioni, per lasciare ad una sola persona di impostare e decidere il tutto, è la misura di quanto stiamo vivendo alla base del sistema democratico.

E … se la base non è solida, temo che tutto il resto sia fragile.

Francesco Chiucchiurlotto