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E’ una lettura interessante il comunicato stampa divulgato sul sito del Liceo Scientifico “Ruffini” e a mezzo stampa, a firma di un gruppo di Dirigenti Scolastici delle scuole di Viterbo e provincia, sulla vexata quaestio: “settimana corta” si – “settimana corta” no.

Sostanzialmente – afferma Rosalinda Bucciarelli, “Associazione Solidarietà Cittadina” – viene confermata la completa assenza di motivazioni didattico-pedagogiche, che avrebbero dovuto essere le sole messe in campo e che ci si sarebbe aspettati da chi si occupa di scuola.

In realtà si fa riferimento solo ad una riunione, in data 26/9/19 con il Cotral, “per fare fronte ai pesanti disagi relativi ai trasporti subiti dagli studenti in apertura dell’anno scolastico” , ciò provocato, secondo la loro tesi, “da una estrema eterogeneità di orari e modelli organizzativi sul territorio provinciale”.

Motivo per cui i rappresentanti dell’istituzione scolastica, per quanto emerge dal comunicato, si sarebbero resi disponibili a modificare l’impianto organizzativo delle attività didattica, in favore di una richiesta dell’azienda di servizio di trasporto pubblico. Una procedura piuttosto stridente con i ruoli: la Scuola, “organo della Costituzione”, come ebbe a definirla Piero Calamandrei, che si lascia condizionare da un servizio, che dovrebbe, invece, essere subordinato alle esigenze della Scuola stessa.

Si chiede una uniformità oraria che pare essere piuttosto improbabile da ottenere: scuole con indirizzi diversi e con esigenze didattiche diverse, monte orario diverso per indirizzo, corsi e sportelli pomeridiani con organizzazioni ed orari diversi. Come si può livellare tutta questa varietà? La soluzione è spostare tutto in avanti di un’ora e aggiungere le ore pomeridiane del venerdì, che aumenterebbe solo un’altra fascia oraria da servire con i trasporti?

Resta il caso dell’approvazione all’ ITE “Paolo Savi” antecedente alla riunione citata del 26/9/19, come a dire “essere più realisti del re”.

Nel comunicato si legge anche: “(…) non si comprende la ragione per cui l’amministrazione provinciale (…) ritenga di dover esprimere una subordinazione della legittima autonomia decisionale degli istituti alle esigenze di altri soggetti istituzionali e di poter determinare l’efficacia delle decisioni assunte dalle scuole”.

L’amministrazione provinciale, attraverso la stampa, ha solo espresso ragionevolezza rispetto ad una decisione tanto importante, per cui ha chiesto di spostare tutto di un anno scolastico, sia per cercare un’efficace organizzazione sia come forma di rispetto verso le famiglie che hanno iscritto i figli, di fatto accettando una patto di corresponsabilità, che integra anche la settimana scolastica a sei giorni. Non appare esserci alcun motivo di scandalo ma solo equilibrio e buon senso.

L’Istituzione Scolastica, invece, sembra aver scelto di subordinare se stessa alle esigenze del servizio di trasporti, per quanto espresso nel detto comunicato:“Gli istituti scolastici infatti in questo momento sono perfettamente in grado di ottemperare alla richiesta posta dall’azienda dei trasporti (…)”.

Incuriosisce, poi, questo passaggio: “(…) le iscrizioni recentemente chiuse hanno mostrato che le famiglie tendono a prediligere l’organizzazione su 5 giorni (…)”. In che modo le famiglie hanno potuto esprimere tale “predilezione”? Al Liceo scientifico “Ruffini” i genitori stanno chiedendo di poter effettuare un sondaggio, al “Paolo Savi” non risulta una consultazione nel merito, se non una di circa due anni fa con esito sfavorevole alla “settimana corta”, al Liceo scientifico” Meucci” gli studenti votarono a maggioranza contro l’organizzazione a 5 giorni ma venne realizzata lo stesso.

Per ora, sui siti scolastici si trova pubblicato solo il sondaggio svolto dal Liceo Scienze Umane e Liceo Musicale “Santa Rosa”. Ovviamente qualunque sondaggio ha solo valore consultivo, visto che la decisione ultima spetta al Consiglio di Istituto ma sarebbe un bel segnale di democrazia.

E ancora leggiamo:“(…) una mancata attuazione da parte delle scuole di Viterbo potrebbe rappresentare una perdita per gli istituti del capoluogo e conseguentemente più in generale per la città.” Cosa si intende rappresentare? A quale tipo di “perdita” ipotetica si fa riferimento?  Forse si ipotizza che in mancanza della “settimana corta” a Viterbo, le famiglie iscriverebbero i propri figli, ad esempio, ad Orte, raggiungibile con un viaggio di circa un’ora al giorno? Non sembra che finora gli istituti viterbesi si siano svuotati.

Infine: “ (…) i dirigenti scolastici desiderano promuovere è un dibattito sulla scuola e sulla sua efficacia (…) che si adoperi invece per promuovere una scuola attenta ai bisogni educativi degli studenti e ai contesti sociali che mutano ed esprimono richieste diverse.” Questo è l’auspicio di chiunque abbia a cuore la Scuola in quanto Istituzione, peccato ciò non passi attraverso decisioni frettolose, che tendono a normalizzare le emergenze che colpiscono la scuola a cominciare dall’edilizia.

La “settimana corta” richiederebbe per una sua applicazione vera, una rivoluzione dell’intero sistema scolastico, una visione prospettica che sia altra dall’attuale omologazione rabberciata a non si sa bene cosa: servono edifici adeguati, con mense, aree aperte, spazi comuni; serve un modello didattico e, poi, orario strutturato su una permanenza diversa a scuola e che non sia solo un modo di andare incontro alle esigenze di agenzie di trasporto; un orario prolungato quotidiano, con un’ organizzazione degna di accogliere un simile cambiamento.

Allo stato attuale la sola prospettiva che si riesce a vedere è che avremo ragazzi seduti ai banchi dalle sei alle otto ore al giorno, senza mensa e con una ricreazione (che non è una concessione o un privilegio) striminzita, con rientri a casa a pomeriggio inoltrato, costringendoli a ritmi frenetici e difficili da sostenere, gravando in particolar modo sui pendolari.

Avranno difficoltà a mantenere la concentrazione necessaria con ricaduta sul rendimento, a trovare il tempo per fare i compiti e coniugare le attività sportive con i corsi pomeridiani. Utopico e senza senso pensare in un recupero dello studio perso, compresso nel week-end. Si presume che anche gli insegnanti saranno stanchi e meno prestanti didatticamente alla sesta, settima o ottava ora.

Le cosiddette innovazioni metodologiche, quand’anche fossero praticabili, sposteranno di poco il problema se non lo peggioreranno. Un abbassamento generale di livelli e qualità è da mettere nel conto?

I soldi “risparmiati” con la chiusura del sabato saranno per lo più riferite ad utenze (che potrebbero essere efficientate, invece che tagliate), per cui non ci sarà alcun ritorno di risorse economiche. Ci si sarebbe aspettati ben altre battaglie, rispetto ad una Scuola Pubblica che ha subito tagli draconiani di risorse di ogni genere, a cui mancano, in molti casi, strutture ed infrastrutture, che deve ricorrere al “contributo volontario” delle famiglie e si regge essenzialmente sullo spirito missionario di tutte le sue componenti.

Ancora una volta – conclude Rosalinda Bucciarelli – si fanno le “nozze con i fichi secchi”, si subirà l’ennesima “rivoluzione” senza alcun dibattito e confronto istituzionale sulla didattica, senza una vera discussione sui pro ed i contro.

Peccato, un’occasione sprecata.