Michelini, Rossi e un futuro chiamato “Prima Repubblica”

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Massimiliano Chindemi

 

VITERBO – Il consiglio comunale, per sua natura, è il luogo in cui i rappresentanti dei cittadini, eletti a seguito di democratiche elezioni, dovrebbero portare in discussione le problematiche di pubblico interesse e le proposte finalizzate a migliorare la vita della comunità che sono chiamati a rappresentare.

 

In Italia, tuttavia, ciò che dovrebbe essere la norma si tramuta puntualmente in eccezione. E Viterbo, in tal senso, si trova perfettamente in linea con la tendenza che accomuna buona parte delle amministrazioni comunali del Bel Paese.

 

Da due mesi a questa parte, infatti, il consistente immobilismo che ha da sempre caratterizzato l’amministrazione Michelini è lievitato in maniera esponenziale.

 

Merito (o demerito) della nascita del gruppo dei Moderati e Riformisti, entità politica-culturale fortemente voluta e caldeggiata dal sindaco di Viterbo Leonardo Michelini, che nel giro di poche settimane è stata in grado di bloccare i lavori del Consiglio comunale, ponendo in primo piano una futile quanto irritante polemica politica che ha minato il già labile equilibrio vigente in maggioranza.

 

Una maggioranza che, ricordiamo, nel giro di due anni e mezzo, ha visto tre consiglieri della lista Oltre le Mura passare di corsa all’opposizione. Per non parlare poi dei continui dissidi interni con l’ala panunziana del Pd, culminati nella recente spaccatura che ha portato sette consiglieri del Partito Democratico a dichiarare la sfiducia a Michelini.

 

Tralasciando volentieri gli otto rimpasti che hanno caratterizzato la giunta nel corso di questa prima metà di consiliatura, non possiamo invece non soffermarci su un’entità politica che definire ambigua è un eufemismo e che, in questo squallido gioco di inciuci, dissidenti e voltagabbana, ha svolto un ruolo di non poco conto.

 

Stiamo parlando, ovviamente, del movimento Viva Viterbo, una delle grandi sorprese delle elezioni del 2013 a cui molti viterbesi diedero fiducia, con la convinzione che la rivoluzione culturale professata dal profeta Filippo Rossi potesse finalmente compiersi.

 

Ebbene, dopo due anni e mezzo, siamo qui oggi a chiederci quale sia il pensiero di tutti quegli elettori che, in questo lasso di tempo, hanno avuto modo di appurare l’entità dell’operato dei loro rappresentanti a Palazzo dei Priori. Rappresentanti che, a quanto pare, hanno deluso fortemente le aspettative dei propri elettori, con una condotta che, giorno dopo giorno, ha tradito gli ideali del movimento, a partire dal suo leader.

 

Filippo Rossi, dopo aver vissuto la prima parte di consiliatura nelle vesti di presidente del Consiglio, ha scelto di abbandonare un ruolo che, a sua dire, gli impediva di poter parlare liberamente. Bravo, bene, bis, hanno gridato i suoi sostenitori, con la speranza che, d’ora in avanti, la voce della cultura possa essere maggiormente ascoltata.

 

In realtà, dopo le dimissioni da presidente, l’operato di Rossi è stato caratterizzato da sporadiche presenze in Consiglio (finalizzate perlopiù a garantire il numero legale alla maggioranza) e da saltuarie invettive nei riguardi del sindaco e della politica locale, colpevole a sua dire di non saper guardare al di là della mera burocrazia.

 

Un vero anticonformista, avranno pensato alcuni dei suoi più strenui sostenitori. Peccato però che il personaggio, fino a quel momento in linea con l’istrionismo che da sempre lo ha contraddistinto, si sia poi “guastato” irrimediabilmente con una scelta politica totalmente opposta a quanto da egli professato.

 

La scelta di aderire al progetto dei Moderati e Riformisti, ovvero, a quanto di più vecchio, scontato e stantio ci possa essere a livello politico, ha fatto in effetti naufragare le aspettative di chi riponeva nell’acculturatore dei viterbesi la speranza di un cambiamento.

 

Un cambio di direzione, quello del vate della cultura viterbese, che è stato recepito e attuato anche dal suo fido delfino, l’assessore Barelli, e dalla consigliera Maria Rita De Alexandris.

 

I valori fondanti del movimento, checché ne dicano i diretti interessati, sono stati di fatto rinnegati, in primis dal proprio fondatore e leader, che ha scelto di sposare tutto ciò che, appena due anni e mezzo fa, combatteva e criticava a spada tratta.

 

Tante belle parole, spesso vuote e ricche di tortuosi artifici, hanno dunque lasciato spazio alle vecchie logiche caratterizzanti la Prima Repubblica.

 

In questo scenario intirso di macchinazioni e di dichiarazioni di facciata tese a giustificare scelte incoerenti e chiaramente opportuniste, i lavori del Consiglio comunale e delle Commissioni permanenti, come detto in apertura, continuano ad essere paralizzati.

 

Ma in fondo, non si può pensare sempre e solo alla macchina amministrativa. Come spesso amano ripetere sia Rossi sia Michelini, un’amministrazione comunale non può occuparsi solo di “attappare le buche e pulire le strade”.

 

No, certo. Ci sono cose più importanti a cui pensare, come ad esempio creare un’accozzaglia di ex democristiani e politicanti in cerca d’autore che poco o nulla saranno in grado di realizzare per un duraturo sviluppo di questa città.

 

Prima gli interessi personali, poi quelli dei viterbesi.

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