A cent’anni dalla legge ACERBO, dal nome di Giacomo Acerbo, il Deputato che ne redasse il testo su ispirazione del Presidente del Consiglio in carica Benito Mussolini, che poi approvata il 18 XI 1923, introdusse delle radicali variazioni, in vista delle consultazioni elettorali dell’anno successivo, alla legge elettorale proporzionale vigente dal 1919.

Essa dava un premio di maggioranza parlamentare pari ai due terzi dei seggi, al partito che avesse raggiunto almeno il 25% dei voti. (!)

L’iter della legge, presentata alla Camera ai primi di giugno, fu sottoposta all’esame di una Commissione, detta “Dei 18”, formata sulla base dei Gruppi Parlamentari; in essa entrarono tutti i maggiori esponenti della politica italiana del primo dopoguerra.

I lavori della Commissione si chiusero, dopo numerosi tentativi per riequilibrare sia il premio di maggioranza troppo alto che il quorum dei voti troppo basso, con un esito favorevole al testo presentato per un risicato 10 a 8.

La Camera, con il voto di fiducia presentato dai fascisti, respinse tutti gli emendamenti  ma quel giorno del voto si registrarono ben 53 assenze immotivate e sospette.

L’esigua differenza di voti tra le elites politiche saltò però nel voto finale, sia alla Camera che al Senato: la legge Acerbo passò con 223 voti a 123; e 165 a 41 al Senato.

Sia per l’abilità di Mussolini e dell’appoggio del Re, maanche per il comune sentire di una intera classe politica che invocava, manco a dirlo, stabilità di governo, ed In nome di essa vi franarono a favore i voti di liberali e popolari, fatta eccezione per gli Sturziani.

La Legge Acerbo prevedeva un sistema proporzionale con un esagerato premio di maggioranzaall’interno di un  collegio unico nazionale, suddiviso in 16  circoscrizioni,  in cui ogni lista poteva presentare un numero di candidati da un minimo di 3 a un massimo dei due terzi degli eleggibili, cioè 356 su 535.  

Le elezioni dell’anno dopo, il 6 aprile 1924, avvennero nel clima creato dalle squadracce fasciste, con lo scioglimento forzoso di Consigli Comunali, l’incendio e chiusura delle Camere del Lavoro rimaste, con brogli diffusi e con tutte le intimidazioni ed i crimini che Giacomo Matteotti denunciò dettagliatamente alla Camera, pagandone poi con la vita.

Gli esiti furono eclatanti in favore del Partito Nazionale Fascista che ottenne il 60,9%, più del doppio del prudenziale 25% previsto, facendo il pieno del premio ed intaccando anche i seggi di minoranza con apposite liste civetta.

La dittatura totalitaria per via parlamentare era ormai compiuta : la legge Acerbo fu l’ultima ed unica elezione di tipo liberal democratico; i “ludi cartacei” come li chiamò l’ormai Duce, furono sostituiti da periodiche consultazioni plebiscitarie.

Nel marzo del 1933, fu Adolf Hitler a formare il regime nazista per via parlamentare, confermando i rischi che il sistema democratico correva e corre, ogni qualvolta degenera in demagogia, populismo, propaganda.

C’è una lezione da trarre per l’oggi dalle vicende della legge Acerbo, e da quelle delle successive elezioni, dell’uccisione di Matteotti e dell’Aventino, che ne seguirono?

Ognuno può e dovrebbe fare una sua riflessione, storicizzandone gli eventi senza indulgere in facili allarmismi o scontate rassicurazioni.

Certo è che appare istintivo, quasi un riflesso condizionato, che questa maggioranza di governo, sedicente solida e coesa, si preoccupi in via prioritaria di stabilità e non magari di debito pubblico, di “inverno” demografico o dei 38.000 giovani emigrati quest’anno all’estero per lavoro, come se un nefasto DNA politico, la fiamma che continua ad ardere, prevalga alla fine su ogni scelta strategica.

Francesco Chiucchiurlotto