Francesco Chiucchiurlotto
Francesco Chiucchiurlotto

VITERBO – Babbo Natale, ai miei tempi non esisteva, anche perché nel mio paesino la Coca Cola non c’era e quindi neanche la sua pubblicità; facevamo il presepe, cominciando una settimana prima con la raccolta della peglia, quel muschio luccicante che cresce nei boschi, che poi faceva da tappeto, o sul comò o in un angolo tra il camino e la stufa a legna, alle figurine ed al paesaggio di Nazareth.

Il babbo si infilava gli stivali neri e lucidi e insieme nel bosco coglievamo il vischio con le bacche rosse da mettere sull’architrave della porta per scacciare i malanni a chi ci passava sotto, e che per la festa degli Innocentini si doveva bruciare, con tutti i malanni raccolti, nel focolare; il babbo tagliava anche una punta di abete selvatico, quello con tante spine, tipo lo Spelacchio di Roma, che veniva addobbato con palle di vetro soffiato e nastri argentati in bella vista in camera da pranzo.

Questi pupazzetti del presepe venivano trasmessi di famiglia in famiglia e quando i miei cugini mi diedero i loro, in quel Natale si vide un presepe straordinario con figure di gesso ed alcune vecchissime di cartapesta; c’era la carta da pacchi per lo sfondo montuoso e quella azzurra di cellofan con le stelline per il cielo; farina per la neve e specchio per il lago.

La capanna veniva ogni volta improvvisata con legnetti e cartone e conteneva subito i protagonisti del Natale: La Madonna e San Giuseppe, il bue e l’asinello, ed in alto appeso, l’angelo con il cartiglio :”Gloria in excelsis Deo”; il Bambinello Gesù veniva messo la notte di Natale, al ritorno dalla Messa di Mezzanotte; mentre i tre Re Magi venivano messi subito prima di Natale ed ogni giorno venivano spostati un passettino verso la capanna.

I regali però li portava la Befana, il 6 gennaio il giorno dell’Epifania e li trovavamo in pacchetti colorati nel vano del camino ed erano giocattoli e dolci e l’immancabile cartoccio di cenere e carbone, veri, perché qualcosa da farsi perdonare c’era sempre.

La sera della vigilia, cena a base di pesce e i piatti della tradizione erano il baccalà arrosto, il capitone ma prima i crostini con il patè di fegato, i “maccaroni con noci, cacao e cannella”, i cappelletti in brodo.

Poi si giocava a tombola, o a sette e mezzo, sino all’ora della Messa solenne che durava sino allo scampanio di mezzanotte, che ti dava un’allegria spensierata ed una energia irrefrenabile, che tutti fuori da sagrato ad abbracciarsi, baciarsi e farsi gli auguri di Buon Natale senza voglia alcuna di andare a letto.

In un paio di generazioni questo patrimonio di tradizioni è quasi scomparso e si è trasformato da senso religioso, relazioni umane, usi, costumi, emozioni in una faccenda da social media, più o meno invasiva e talvolta gradita perché meglio di niente.

Il nostro essere cittadini cristiani però ha marcato un segno in questo Natale, con l’aereo del corridoio umanitario che ha portato in Italia quelle centinaia di migranti: tra contraddizioni laceranti con i nostri poveri in aumento, i disoccupati e senza casa, i tanti senza speranza; c’era ad accoglierli il Cardinale Piero Bassetti che ci ha detto alcuni giorni fa, del dovere evangelico di dare segni, di accogliere, integrare, proteggere e promuovere e di augurare non solo Buon Natale, ma anche Natale Buono, per le persone strappate dai lager libici ed anche per la speranza e la pace che ne deriverà per noi; che ne deve derivare, pena la completa perdita di identità e senso di popolo che ormai ci minaccia”.

Francesco Chiucchiurlotto (Res 126)

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