La notizia che viene dalla Cina è notevole e chiarissima: i videogame si potranno usare dai minori di 18 anni, soltanto per un ora al giorno, di venerdi, sabato, domenica e feste ufficiali, dalle ore 20.00 alle ore 21.00.

Il provvedimento era stato anticipato dall’ Economic Information Daily, fonte ufficiale governativa, che aveva definito i videogiochi: “ oppio dello spirito, droghe elettroniche” e sostenendo che “ nessuno può essere autorizzato a svilupparsi in modo tale da distruggere una generazione.”

Le nuove regole impegnano gli utenti ma anche le multinazionali del settore che fatturano 36 miliardi di dollari con 740 milioni di utenti (gli abitanti della UE sono circa 500 milioni), per cui l’accesso al sistema dovrà essere limitato agli utenti registrati e verificati, con procedure di riconoscimento facciale per i minori e quindi possibile blocco dell’accesso.

Una miriade di questioni importanti seguono a questa notizia: sino a che punto il Big Brother che controlla i Cinesi si può spingere per non diventare un Moloch oppressivo ed asfissiante? Sino a che punto la difesa morale dei più deboli ed indifesi può dipendere dallo stato (etico) e non dalle famiglie, dalle istituzioni di prossimità, dal libero arbitrio del contesto sociale in cui si vive? Fino a che punto le misure adottate conseguiranno consenso attivo nelle famiglie per assicurarne il successo?

C’è un altro aspetto da sottolineare: Xi Jinping, cioè il Partito Comunista Cinese, non potendo rinunciare al suo DNA ideologico, cioè anticapitalista, ha avviato una crescente campagna contro le multinazionali big tech del settore, quotate in borsa nel NASDAQ, per impedirne una deriva improntata al mero profitto illimitato.

Il problema affrontato alla cinese, loro se lo possono permettere con tutti i pro ed i contro del caso, non è certamente esportabile in una società aperta e liberale come la nostra, ma alcune riflessioni si impongono: l’uso dei videogiochi, ed io aggiungo dei social media, come oppio dello spirito, cioè alienazione di ogni cosciente contatto con la realtà non virtuale, si pone anche da noi come problema non risolto; il rischio di distruggere una o più generazione anche, la certezza che c’è una mutazione in atto pure.

Viviamo quotidianamente come si stanno caratterizzando i giovani italiani (o meglio i giovani “globali”): pochi, insicuri, conformisti, connected people, con un unico accredito sociale, una sorta di youth pass valido ed utilizzabile, cioè lo smart phone o il PC, che assorbe identità, sensibilità, emozioni e spegne, o meglio rigidamente incanala quella fantasia, immaginazione e creatività che costituiscono le fasi della crescita e maturazione dell’essere umano da sempre.

Il fenomeno ormai conclamato non riguarda solo gli adolescenti, conquista nuovi ambiti, nuovi soggetti, sempre più di età minore: il cellulare a 7 anni per ore incontrollate di videogiochi, o semplicemente di filmetti, cartoons ripetitivi nella loro seriale vacuità oppure anche nella loro gratuita violenza.

Le giovani coppie, che mettono al mondo figli, non affrontano spesso il duro compito di accudirli quando frignano o cercano attenzione piangendo o strillando, gli danno da manipolare uno smart phone; a rimetterci è la maturazione del carattere dei virgulti sul fronte della volontà: premere un tasto è facile, vivere davvero non proprio!

Francesco Chiucchiurlotto