Dalla finestra televisiva e mass mediatica sul mondo, assistiamo alle vicende di un periodo travagliato della nostra storia contemporanea, che sembrano complicarsi sempre più dentro scenari catastrofici e perfino orribilmente drammatici.

Piero Calamandrei era solito ricordare come la libertà e la democrazia siano come l’aria: ce ne accorgiamo di loro quando cominciano a mancare ed un senso di soffocamento si avverte sempre più forte e pervasivo.

Eppure con la caduta del muro di Berlino non solo si ipotizzò, con superficialità, che la storia delle contrapposizioni epocali est-ovest fosse finita e su quelle nord-sud si era a buon punto di soluzione.

Al contrario da allora ad essere costantemente a rischio sono stati proprio i valori che avevano appena prevalso: economia di mercato e liberalismo, libertà e democrazia, progresso tecnologico e sociale, primazia della persona e dell’individuo; a rischio anche in quella parte di mondo in cui sembravano essersi affermati per sempre.

Oggi soltanto uno scarso 20% della popolazione mondiale può dire di essere governata da sistemi pienamente democratici; si sono intaccati infatti i pilastri essenziali della democrazia, come la divisione dei poteri, legislativo, esecutivo, giudiziario; è aumentato il controllo verticistico sulle prerogative istituzionali accorciando la catena di comando e disintermediando le istanze diffuse di garanzia e partecipazione.

Tutto ciò con l’esercizio di un mantra ideologico, quello della GOVERNABILITÀ, della velocità di un DECISIONISMO salvifico e taumaturgico, del carisma populistico di un CAPO/A, di per sè tranquillizzante e protettivo.

I membri di Visegrad, Polonia, Ungheria, Cekia e Slovacchia; quelli dei BRICS, Brasile, Russia, India, Cina, Nord Korea e Sud Africa, le decine di Stati africani governati dopo colpi di Stato recenti e sanguinosi; gli stessi campioni originari della liberal democrazia USA e UK, colpiti da fenomeni di populismo, a tratti fuori controllo.

Per non parlare poi di altri regimi autoritari come Bielorussia, Turchia, Iran, e Stati Arabi, dove bene che vada si vota ogni tanto, senza garanzie di pesi e contrappesi, con esiti scontati, e con il trionfo degli autocrati in carica, poi per 5 o più anni, “non disturbate il conducente”.

Si parla ormai di democrature, un mix di democrazia e dittatura, o anche di caricatura della democrazia; poi si discetta di nuovo ordine mondiale, che dovrebbe riparare chissà quali torti arrecati all’umanità dall’Occidente.

Incredibilmente tutto ciò trova proprio da noi occidentali un giustificazionismo deleterio: la cancel culture (applicazione al passato di criteri e parametri dell’oggi); il politically correct, (una sorta di vademecum di formalismi e moralismi che diventano umori e criteri di consenso); infine i contenuti di un populismo semplificativo e rassicurante, che viaggia sull’impiego massiccio di media ormai monopolizzati da grandi holding multinazionali, o sistemi di potere politico personalizzato.

Sembra che ovunque nel mondo si sia innestata una retromarcia dalla direzione democratica intrapresa e ricercata, verso una prospettiva che definire inquietante è dir poco: e da noi qui in Italia?

Francesco Chiucchiurlotto