E’ l’economia bellezza (3)

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VITERBO – Ogni volta per capire meglio bisognerebbe partire dalle origini di idee, concetti, sistemi, che spesso corrispondono alle rivoluzioni che hanno segnato la storia dell’Occidente: l’avvento della borghesia e dei suoi valori con la rivoluzione americana e poi quella francese, la primazia della tecnica e la formazione del proletariato urbano con la rivoluzione industriale, il tentativo di quest’ultimo di creare un ordine nuovo con quella russa e sovietica.

Parlando di economia il “No taxation without representation” della rivoluzione americana ci dice come sia oggi stridente la contraddizione che passa tra tassazione, intesa come moderno sistema fiscale e finanziario e rappresentanza politica democratica.

Ciò perché sin dal nome stesso di economia, ecos-casa e nomos-governo e quindi gestione domestica della cosa pubblica, tutto è apparentemente semplice, come per una famiglia: ci si impegna nel lavoro dei frutti del quale si decide in modo da soddisfare le esigenze di tutti, cercando di migliorarne in progressione le condizioni date; certo secondo una gerarchia e regole condivise, ma sempre in modo comprensibile e solidale.

Gli stati ed i sistemi statuali potrebbero funzionare come una famiglia all’ennesima potenza: il denaro conferito con tasse ed imposte al centro in modo appunto democratico e solidale, cioè partecipato e progressivo, dovrebbe essere impiegato secondo i dettami di una maggioranza scelta con regole condivise ed a beneficio di tutti i cittadini contribuenti.

La prima distorsione intervenuta però, è stata la diseguaglianza esplosa in questi ultimi decenni: sia sul fonte del prelievo fiscale in cui le grandi holdings si sono assicurate tasse a condizioni di privilegio vergognose, tipo lo 0,003% di cui godono o hanno goduto Apple, Amazon, Microsoft, Facebook ed altre centinaia di aziende multinazionali.

Ci sono poi le Company finanziarie che hanno creato denaro virtuale e truffaldino sino a cinque volte l’ammontare globale del circolante e che salvatesi dalla buriana del 2008 continuano imperterrite, al sicuro nella pancia delle banche di tutto il mondo.

La diseguaglianza è scesa per li rami, arrivando a quella tra salariati occupati e precari, tra dirigenti e comuni dipendenti, tra sfruttati con diritti affievoliti e quelli senza diritto alcuno; alla tassazione, in nome dell’emergenza, della crisi, della globalizzazione, della UE, non è più corrisposta una rappresentanza adeguata, una democrazia non solo formale ma reale.

L’altra distorsione è che la subordinazione degli Stati all’economia finanziaria imperante sono stati voluti dalla politica e quindi dagli Stati stessi; dai partiti e dai governi succedutisi, senza differenze apprezzabili tra quelli di destra o di sinistra che fossero.

Sono gli Stati che salvano le banche senza niente in cambio in termini di regole e garanzie: sono gli Stati che disintermediano le strutture di rappresentanza sociale; sono gli Stati che aggrediscono il welfare dei cittadini; sono gli Stati che trovano nella guerra il business estremo; sono gli Stati che infine distruggono il “demos” della democrazia partecipata e responsabile, a favore di un “populismo” comodo e succube ad ogni demagogia, nazionalista, sovranista, liberista, confessionale che sia.

La risposta comunque non può che essere politica, nella rivitalizzazione del “demos” e di una cultura che capillarmente e dal basso a cominciare dalle istituzioni locali, diviene programma e progetto di nuova cittadinanza.

FC (Res 80)

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