Non sono favorevole per formazione ed istinto di conservazione ai provvedimenti retroattivi; legiferare sul passato, salvo eccezioni rarissime e gravissime, mina quel concetto di certezza del diritto sul quale si basa ogni ordinamento che garantisca la civile ed ordinata convivenza di un popolo.


Non mi piace per formazione e gusto semiotico, l’uso del termine “popolo” come soggetto o come oggetto istituzionale o politico, preferendo per chiarezza e completezza di pensiero, di volta in volta cittadino, consumatore, elettore, ecc.; tutte accezioni che completano e specificano l’aristotelico “uomo, animale politico”.

Il provvedimento sui vitalizi preso a furor di popolo ha quindi un mio giudizio negativo, con qualche doveroso ed essenziale distinguo.

Innanzitutto il rapporto tra denaro e politica, che dalla notte dei secoli ha contrassegnato vicende, cronache, oppure il corso stesso della Storia (con la lettera maiuscola).

La crisi della cosiddetta Prima Repubblica, che perdura tuttora e lo farà sino ad un prossimo profondo cambiamento costituzionale, è iniziato proprio dalla rottura di quel rapporto; cioè dal prevalere incontrastato del danaro sulla politica; dal suo divenire fine e progetto e non più mero strumento da maneggiare con cura e rigore.

Non solo, la specificità di quello strumento, che rendeva possibile la sussistenza dei partiti ed in particolare quelli di opposizione, quelli “diversi”, alimentava anche una elasticità morale, un principio di tolleranza, una motivazione condivisibile, per coloro che infrangevano la legge, non per il proprio tornaconto ma per la struttura politica di appartenenza, che perseguendo il bene comune, anche ad esso indirizzava quella infrazione.
Alla fine degli ‘80, la Questione Morale posta da Enrico Berlinguer, non era altro che il segnale d’allarme su una doppia variabile che riguardava il rapporto denaro/politica: il denaro proveniente dai canali legali non bastava più perché stava diventando lo strumento quasi esclusivo della ricerca del consenso; il denaro illecito non serviva, se non in parte, per il partito o gruppo di potere di appartenenza, ma serviva per arricchirsi.

L’arricchimento, il benessere, il lusso, la carriera, (naturalmente in varie gradazioni) stava diventando lo scopo ed il contenuto della politica, la sua prassi usuale, il suo naturale sbocco; chi non si adeguava ne era fuori, anzi ne era osteggiato, emarginato.
Non a caso il problema fu sollevato dall’esponente di un partito che aveva fatto della “diversità” la sua cifra identitaria: il PCI era un partito di stampo gramsciano e togliattiano che sulle radici rivoluzionarie dei “professionisti” della politica esigeva rigore assoluto e dedizione esclusiva alla causa, a cominciare dal controllo e dalla morale sul denaro.

Tornando ai vitalizi ed in generale al rapporto denaro/politica, e confermando le argomentazioni iniziali, c’è qualcosa che stride, che non convince, che è anche inconsciamente percepibile, proprio nel Partito Democratico ed i suoi esponenti: l’omologazione di comportamento, tra chi ha propugnato una nuova e più giusta società, e chi da sempre ha avuto per scopo il denaro; tra chi ha lottato rischiando in proprio e chi ha sempre vissuto all’ombra del potere: oggi sono o sembrano uguali, tutti FORCHETTONI, come si diceva negli anni ’50.

E’ credibile un comunista o già comunista, diventato milionario? Un movimentista barricadiero attaccato ad un cumulo di prebende politiche? Chi coltiva una tendenza istintiva e subalterna verso banche, potentati, entità che poggiano sul denaro e che lo erogano? Chi si iscrive non ad un partito ma alle sue cariche di vertice? Chi ostenta la ricchezza come cifra di successo? Chi nelle istituzioni si adegua al “Così fan tutti!” ?
Quando queste caratteristiche si diffondono virali in un partito, come secondo me è avvenuto nel PD, una questione di eticità sui fini e sui mezzi del fare politica si pone, se non altro per essere comunicativi e riconoscibili, da quei ceti sociali che da sempre sono il riferimento della Sinistra.

Francesco Chiucchiurlotto

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