Il punto ineludibile è che l’Italia ha una scarsa capacità di spesa ed in alcuni settori quasi nulla, per lo stato comatoso della sua pubblica amministrazione: per anni prateria dove pascolare mandrie di clienti e raccomandati; cronico invecchiamento del suo personale; inattitudine all’aggiornamento informatico; e nell’ultimo ventennio tagli lineari e blocco del turn over demenziali.

Inoltre nel PNRR consegnato a Bruxelles  nonostante i miglioramenti apportati permangono tutti i difetti di una impostazione centralistica e ministeriale che mal si concilia con le necessità di flessibilità, adattabilità, empiricità del piano, soprattutto sul fronte della spesa.

Avere una spesa efficiente, efficace, economica deve prescindere dai lacci e laccioli della cultura dell’adempimento, ancora preponderante nella nostra PA, ed invece interpretare ed applicare la cultura del risultato, che presuppone una rilevante responsabilità in chi opera.

Quindi non siamo messi bene rispetto a ciò che ci attende, anche perché se con i fondi strutturali UE ad ogni settennato su circa 30 miliardi di euro ne lasciamo mediamente 5 perchè incapaci a spendere, che succederà con una spesa di 200 miliardi e passa, in 5 anni?

Una possibile risposta, tra le tante che servono, ci si attendeva venisse dal ruolo e dalle potenzialità delle aree interne e montane in cui insistono la stragrande maggioranza degli oltre 5300 piccoli Comuni sino a 5000 abitanti, che amministrano il 64% della superficie nazionale ed oltre 10 milioni di cittadini.

Tutto ciò, in particolare dopo le analisi sulla pandemia e le prospettive per uscirne migliori, si era teorizzato un cambio epocale del paradigma della crescita possibile, in aree impoverite e spopolate, ma depositarie di ricchezze incalcolabili di biodiversità agricola, paesaggistica e molteplicità culturale e monumentale.

Aree in cui il termine “comunità”, con i suoi 5522 Sindaci, conserva un senso di cittadinanza attiva e solidale, pronta a mettersi in moto ed in discussione per rappresentare la novità ed il protagonismo della rinascita e della resilienza.

Quest’ultimo termine appare quanto mai appropriato perché un ritorno ad uno stato pristino di eccellenza, di un tessuto territoriale ed umano quanto mai sottoposto, non solo dalla fragilità della sua natura, ma soprattutto dalla stupidità degli umani, ad un periodo lunghissimo di abbandono, di tagli vitali, di spocchia centralistica, è possibile proprio nelle aree interne e montane.

Ci si aspettava che la tematica trovasse nel piano una sua composizione identitaria a sé stante, una soggettività finalmente affermata cui demandare una parte importante del piano, come la buona spesa, la manutenzione del territorio, le azioni virtuose di controesodo, il rilancio di stili vita e di rapporti umani che hanno fatto il Made in Italy; dell’innovazione e della tradizione; dell’enogastronomia e della miriade di gusti, sapori e prodotti agricoli, dell’eccellenza ambientale, ricettiva e rurale.

E’ vero che questa non è la sola soluzione che occorre, eppure manca; e resta sullo sfondo una sorta di sua trasversalità nelle varie misure come palliativo: è vero non siamo messi bene!

                               Francesco Chiucchiurlotto

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