Jean Jaques Rousseau è stato l’inventore della pedagogia moderna, in cui mette al centro il bambino ed elabora una nuova immagine dell’infanzia e della sua educazione.

L’identità del bambino è peculiare, specifica, preziosa, come del resto ogni altro valore identitario; nessuno, dopo Rousseau, può pensare che un bambino sia “un piccolo adulto”.

Invece per quanto riguarda un’altra identità, anche se posta in un ambito diverso da quello pedagogico, ma comunque con un forte valore identitario, è ancora misconosciuta e sottostimata: mi riferisco ad un livello istituzionale ed una fascia demografica che interessa i Comuni sino a 5000 abitanti, in stragrande maggioranza montani.

Come ci si sbaglia a chiamare il bambino un “piccolo adulto”, questi borghi e paesi, ben 5547, che coprono il 64% del territorio nazionale con 10 milioni di abitanti che in varie stagioni raddoppiano, sono comunemente chiamati “Piccoli”.

Piccoli come se il loro destino sia, come è per il bambino quello di diventare adulto, divenire un giorno città o metropoli.

Questa terminologia, fondamentale per l’affermarsi di ogni identità, è dannosa e gravida di conseguenze negative.

Piccolo e piccoli, come sinonimo di minorità e marginalità, come indice di ridotte dimensioni, come constatazione di uno status minoritario, determina una percezione superficiale e negativa, non solo di condizioni demografiche o socio economiche, ma anche di problematiche, di peso istituzionale e quindi politico, di attenzione e cura da parte dei ”grandi”.

Si’, perchè se c’è un piccolo ci deve essere anche un grande, ed un grande tratta il piccolo con la sufficienza, il distratto interesse, la buona grazia da concedere ogni tanto, che il termine “piccolo” comporta.

Così ad ogni congiuntura sfavorevole, e la crisi da “economia di guerra” del 2008, è stata altro che sfavorevole!, chi comanda trova facilmente su chi scaricare non solo i costi della crisi ma anche gli “stracci”, i “piccoli stracci” da far volare come bersaglio per l’opinione pubblica: quindi numerosità, spreco, sagre, campanili, padelle…

Ma tornando all’identità, chi mai si definirebbe solo con un aggettivo, chi mai identificherebbe se stesso con termini come: “brutto”, “inadeguato”, “insufficiente” o anche “carino”, “bravino”, “piccolino” ecc ?; questi Comuni sono Borghi e Paesi, hanno una storia spesso millenaria, hanno cultura, folklore, enogastronomia propria; custodiscono tradizioni, attitudini, tipicità ed eccellenze ancora misconosciute; vanno presi sul serio perché sono la risposta, forse la sola oggi seria e spendibile, alla drammatica domanda di crescita di cui abbiamo bisogno.

C’è un inizio ineludibile: che Sindaci ed Amministratori comincino a chiamare i loro Comuni Borghi e Paesi (BEP) e a non fare spallucce ad una presunta questione nominalistica.
Senza identità non si va da nessuna parte e senza una identità forte, rivendicata ed affermata, non si recupereranno decenni di marginalità e sottovalutazione.

 

Francesco Chiucchiurlotto

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