Francesco Chiucchiurlotto
Francesco Chiucchiurlotto

“Venite intorno gente
dovunque voi siate
ed ammettete che le acque
attorno a voi stanno crescendo
e accettate che presto
sarete inzuppati fino all’osso.
E se il tempo per voi
significa qualcosa
fareste meglio a cominciare a nuotare
o affonderete come pietre
perché i tempi stanno cambiando”

Spero non sembri esagerato scomodare il Bob Dylan del 1964, con il suo inno ai tempi che cambiano, ma dopo il 4 dicembre ed il 4 marzo, per il Partito Democratico è veramente tempo di “cominciare a nuotare” in acque in cui si rischia di affondare come pietra.

La peculiarità italiana si afferma ancora una volta nel panorama politico europeo: il cosiddetto Populismo, nelle sue varianti possibili, non è passato in Francia con Marine Le Pen, né con i suoi epigoni olandesi, austriaci, tedeschi, spagnoli, scandinavi; ma in Italia ha vinto per un motivo a mio parere molto semplice: la competizione elettorale era tra populismi.

Certo le differenze, le graduazioni, gli accenti ed i protagonisti del Populismo nostrano ci sono eccome; ma ci sono anche gli ingredienti fondamentali di esso: seguire la pancia del popolo inteso come massa indifferenziata cui dare sempre ragione, e come si suol dire, da accarezzare nel verso del pelo; coltivarne le paure e le preoccupazioni affidandole ad una guida solitaria e salvifica; vivere la politica in un presente fatto di sondaggi e di comunicazione pervasiva e personalizzata.

Tutto ciò attraverso una disintermediazione dei livelli di partecipazione e di cogestione del potere politico, amministrativo, sindacale, culturale, ecc., di cui stranamente si è fatta paladina in questi anni la sinistra italiana, costruendo il “suo” peculiare populismo.
Una catena di comando corta o cortissima, che avrebbe trovato il suo estremo nefasto compimento nella riforma costituzionale, per fortuna bocciata, ha spalancato porte e finestre ai due populismi che hanno vinto le recenti elezioni: uno di destra, senza la foglia di fico del populismo “moderato” alla Berlusconi; l’altro, M5S, di centro, però ancora ibrido, anomalo, imprevedibile nella sua evoluzione.

I tempi dunque stanno cambiando e logiche nuove si stanno temprando nella fucina del potere; ed il Partito Democratico?

E’ l’unico che può ancora, temo per poco, garantire una alternativa a questa politica che per comodità chiamiamo populista; una alternativa anche a se stesso, cioè al modello tuttora ivi imperante costruito da Matteo Renzi, che abbiamo visto garrulo e piacione snobbare la reprimenda di Napolitano all’apertura della XVIII legislatura al Senato.

E’ l’unico perché ha alle spalle una storia, una tradizione, un modus operandi che per quanto misconosciuto, rimosso, ignorato, resta un patrimonio fertile e generoso, dal quale possono spuntare nuove e fresche gemme, da cui nuovi fiori e frutti.

Se i tempi cambiano, essi vanno interpretati ma soprattutto governati non subiti; ciò significa che serve una prospettiva di marcia chiara da immettere nel dibattito politico, che abbia contenuti ideologici, valoriali e culturali.

E’ esattamente il contrario del populismo l’ assumersi la responsabilità di costruire un blocco sociale di riferimento da tutelare, promuovere e guidare, che non è il popolo nel suo insieme indifferenziato.

C’è poi da intermediare con strutture stabili la politica, la pubblica amministrazione, le istituzioni; favorire la partecipazione laddove si formano le opinioni, non solo nei social media, ma nei luoghi fisici di lavoro e studio, di militanza e di amministrazione; riprendere il tema delle riforme di decentramento e delega per un riassetto sia politico che istituzionale, che stavolta proceda dall’alto verso il basso.

Ma soprattutto essere convinti che non sarà un “pranzo di gala”, una “rigenerazione” facile ed indolore innervata dal solito italico trasformismo; se non ci si mette in discussione tra superstiti e sino in fondo, si affonderà come pietre, perché i tempi stanno cambiando.

Francesco Chiucchiurlotto (Res Publica 146)

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