I portavoce Roberta Lombardi e Davide Barillari, hanno presentato una risoluzione per la IX e la VII Commissione, rispettivamente Lavoro e Sanità, per l’avvio di un piano regionale volto alla re-internalizzazione graduale dei servizi sanitari entro il 2023, senza perdita occupazionale.

«La risoluzione denuncia quanto fatto a danno dei lavoratori da parte della giunta, pur avendo promesso altro, e propone vie d’uscita e soluzioni.

Con la scusa del commissariamento c’è stato un sistematico impoverimento delle risorse e uno stop alle assunzioni, tanto che la Regione di Zingaretti ha portato ASL e aziende ospedaliere in calo di organico e con una forte riduzione della qualità dell’assistenza sui pazienti, nonostante tutti gli sforzi del personale operante, sia interno che esterno.

Zingaretti, e il suo assessore D’Amato, hanno fatto ricorso a consulenze, deroghe, proroghe e soprattutto esternalizzazione di appalti e ditte cooperative, privatizzando interi servizi della sanità laziale.

E l’esternalizzazione coinvolge tutti, dai medici agli operatori socio-sanitari, aggravando la condizione dei lavoratori e peggiorando la qualità del servizio.

Lo spostamento dei costi del personale su altre voci, visto che incideva per l’80% sui bilanci generali di ASL e aziende ospedaliere, è stata la soluzione con cui la giunta Zingaretti nel passato ha ovviato al problema delle assunzioni. Potrebbero dire che lo hanno fatto per garantire l’erogazione della sanità, ma la sanità del Lazio versa in cattive condizioni! Sia per l’assistenza, con la chiusura di 16 ospedali e la mancanza di una rete di case della salute per ora solo annunciata e non realizzata; sia perché i lavoratori esternalizzati sono assunti a tempo determinato, sottoposti al ricatto del rinnovo del contratto, pur svolgendo stesse mansioni dei loro colleghi interni, assunti a tempo indeterminato.

Il Lazio è diventato senza salute e si sono creati lavoratori di serie A e di serie B. Nel solo Policlinico Umberto I di Roma, 600 infermieri sono in appalto: ogni ora da loro lavorata costa alla Regione 26 euro e al lavoratore ne arrivano 10 lordi, a volte 7, 8 euro. Ma ciò che vogliamo ribadire alla giunta, offrendo anche una via d’uscita dal problema, con la nostra proposta di re-internalizzazione, è che il processo inverso è possibile: la re-internalizzazione si può applicare anche al Lazio, come già accaduto in altre regioni, tenendo conto della sentenza del Consiglio di Stato 1571/2018 che dispone la re-internalizzazione dei lavoratori di ditte e cooperative.

Un anno fa, il 28 giugno 2018, l’assessore alla sanità Alessio D’Amato assicurò alla stampa “la possibilità di avviare un processo di re-internalizzazione”, come già tentato all’Umberto 1° di Roma e ipotizzato per le ASL Roma 1 e Roma 6. Promessa che è rimasta scritta sulla carta.

Chiediamo quindi la conferma di questa intenzione, l’applicazione della sentenza del Consiglio di Stato con il CCNL della Sanità Pubblica ai lavoratori coinvolti; l’avvio di uno studio di fattibilità sul processo di re-internalizzazione graduale dei servizi sanitari e anche non sanitari.

A noi, come ai cittadini, occorre anche sapere quanti sono i lavoratori coinvolti nell’esternalizzazione e con quali modalità, tempistiche e costi si procederà alla stabilizzazione di questo personale. A questo, affianchiamo, l’utilità di linee guida su quale servizio si può esternalizzare e, nei casi autorizzati di servizio in appalto, chiediamo che la giunta inserisca clausola di tutela del personale nei prossimi bandi.

Non devono più esistere lavoratori di serie A e di serie B: una forza politica di sinistra non deve strillare la salvaguardia totale dei lavoratori, ma praticarla!».

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