Francesco Chiucchiurlotto
Francesco Chiucchiurlotto

VITERBO – Lo scandalo dei “baroni” all’Università di Firenze, l’introduzione del cellulare in classe, il fallimento di una riforma della scuola dietro l’altra, sollecitano ricordi e riflessioni.
Nei primi anni settanta suscitò molto interesse un libro, ASYLUMS, edizioni Einaudi 1968, una ricerca sociologica sulle istituzioni totali di Erving Goffman.

Il volume, vero classico della sociologia di quegli anni, raccoglie le ricerche empiriche di Goffman negli Stati Uniti a fine anni cinquanta, analizzando e classificando gli elementi costitutivi dell’istituzionalizzazione in regimi chiusi e formalmente amministrati, di aspetti sociali peculiari come prigioni, ospedali, caserme ecc..

Il saggio vale però anche in modo significativo (dal commento di Alessandro Dal Lago, ed. 2001) anche per il mondo della scuola.

Essa non è un’istituzione totale e totalizzante come quelle su richiamate, ma ne ha gli stessi elementi costitutivi: la separatezza dalla società esterna con un dentro distinto da un fuori; un controllo organizzato delle dinamiche in svolgimento; un asimmetria di ruolo tra docente e discente, contrassegnata da autorità, rispetto e disciplina; un sistema di valutazione punitivo o premiale per i risultati conseguiti e riscontrati, un’immagine riconoscibile.

Analisi molto lineare in tempi che maturavano gli sconvolgimenti epocali che attraverso la rivoluzione sessuale, il consumismo, il rimescolamento delle classi sociali, ci avrebbero portato alla globalizzazione attuale ed all’ossimoro dell’odierno “Villaggio Globale” che Marshal McLuhan allora profeticamente prefigurava.

Ma a che serve la scuola se non alla piena formazione della personalità degli alunni e studenti che la frequentano, in modo libero ed aperto, come garantisce la Costituzione (che il Signore ce la preservi!) agli artt. 33 e 34 e nel rispetto della coscienza morale e civile di essi, come sancisce il DLgs n°297/94.

Ma è in atto da anni (forse dai Decreti Delegati del 1974?) una sorta di deistituzionalizzazione che ha reso la scuola sempre più permeabile a scopi, pressioni, influenze che la società e la politica inducono; non a caso si contano riforme a getto continuo quasi in ogni legislatura.
Sembra oggi in second’ordine o addirittura scomparso l’obiettivo della formazione dell’individuo, la costruzione di un suo patrimonio culturale che possa accompagnarlo e difenderlo per tutta la vita.

L’ingresso del telefono cellulare nelle classi ne è esempio e summa: strumento di per se neutro come ogni attrezzo e utensile, si presta ad effetti sia positivi che negativi; quest’ultimi attengono proprio alla personalità dell’individuo, all’ottundimento di sensibilità ed immaginazione, alla percezione che la realtà virtuale del web sia quella quotidiana e corrente, anzi ancora più importante, stante la velocità e duttilità dei social media ormai immanenti; ad un isolamento che diviene solitudine, senza però il conforto della cultura.

Si mette definitivamente in crisi il valore della fatica dello studio: perché far di conto o mandare a memoria poesie e brani, tradurre dal greco o dal latino, quando con qualche clic ho risultati immediati? In una quotidianità piena di suoni e canzoni, nella patria del bel canto e dell’opera lirica che ci ha reso famosi nel mondo, NON si studia musica!

Salta tutta la costruzione umanistica che ci ha distinto come popolo sino ai trionfi del Rinascimento; salta quel ruolo di insegnamento come missione, che in misura ridotta ancora resisteva a dimostrare che esso non è un mestiere qualunque.

Ricordate le “tre i: Inglese, Informatica, impresa” o l’apprendistato curricolare? Oggi abbiamo la disoccupazione giovanile più alta d’Europa ed una scuola, come i pupazzetti di quella pubblicità di pile elettriche, esausta.

Francesco Chiucchiurlotto

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