VITERBO – “La narrazione della propria storia è uno strumento della ricerca di sé per cominciare a prendersi cura di sé. Agevola il dialogo intergenerazionale sui temi tabù come il suicidio e la malattia mentale. Nel romanzo autobiografico: “Il sorriso triste dei girasoli”, autori Ulisse Mariani e Liliana Gheorghe, Arpeggio libero editore, i protagonisti sono la donna-bambina alle prese con la malattia, lo psicoterapeuta-adulto che riflette sulla relazione d’aiuto ed un mondo di alberi che si relazionano tra di loro comunicando l’aspetto emotivo dello svolgimento dei fatti e rappresentano la mia famiglia. Io che racconto di mio padre bipolare, della morte di mio fratello così giovane e del mio disaggio alle prese con un disturbo post-traumatico ho scelto di dare un volto alla malattia.

 

Nelle famiglie ci vorrebbe una tradizione di un’unione sempre più forte tra figli e genitori di fronte al dolore, ai segreti e alle preoccupazioni che prosciugano l’energia e la vitalità di tutti. Gli adulti devono parlare ai figli se si vuole comprendere la vita e le questioni inafferrabili e inaccettabili come il disagio mentale. I traumi subiti possono permanere per generazioni nelle famiglie. Quando si combatte la depressione il trattamento da solo non è abbastanza. L’informazione è vitale. Quindi i libri che demistificano sono necessari. Dunque la mia storia, raccontata nel libro, incontra un bisogno molto ampio e importante perché la prevenzione comincia laddove finiscono lo stigma e la vergogna. L’apertura e la condivisione possono rendere le persone libere. I tabù inibiscono il flusso di informazioni nel cervello e per questo io, alla fine, ho scelto di metterci la faccia. Per dare un volto alla malattia. Per conoscerla e conoscerci!

 

Un brano del romanzo:
“Qualcuno dice che solo in un luogo che ti accoglie ti puoi sentire di nuovo a casa, solo lì puoi riconoscerti ricco della tua avventura.
Io non sapevo accogliermi. Per questo non ero felice. Non mi accettavo, mi vergognavo inconsapevolmente della mia familiarità con le malattie psichiatriche.
Quando m’impegnavo a essere felice, i miei attimi di felicità sembravano dei sogni rubati agli altri.
La bambina non sapeva godere della pace, perché quella che ha conosciuto in passato era solo tregua.
Era nata in guerra. Conosceva solo il rumore della battaglia contro la malattia del padre: sindrome maniaco-depressiva appesantita dall’alcool.
Erano tempi duri nel paese delle prugne verdi.
Non ho potuto mai parlare, piangevo e basta.
In Romania i manicomi erano pieni di gente normale. E mio padre aveva dei momenti, lunghi anni, in cui sembrava normale. Non potevi credere che fosse malato! Dalla malattia si conosceva poco e tutti noi pensavamo fosse colpa dell’alcool.
A volte la malattia sembrava il regime, con tutte quelle ingiustizie. Una vita complicata, stressante, piena di spie. Non pensavamo ad una causa biologica.
Una mattina venne un’assistente dell’ospedale dove si curava mio padre per fare dei test a noi bambini. Ci ha fatto vedere dei disegni e noi dovevamo dire che cosa ci sembrassero quelle forme e quei colori. Ci veniva da ridere al pensiero di come la nostra fantasia potesse svelare i segnali di una malattia.
Forse non abbiamo preso sul serio la malattia del babbo.
Pensavamo fosse la dipendenza dall’alcool, una maledetta dipendenza.
E allora la combattevamo con tutte le nostre forze. Pregavamo tutti di non offrirci da bere quando si andava a trovare amici e parenti.
Per noi ogni festa era un motivo di preoccupazione, di ansia.
Ogni volta mio padre con un solo bicchiere di vino poteva andare in mania senza che noi, oppure lui stesso, potessimo riconoscere la mania. Per noi diventava un mostro.
Del quale si ha solo paura. ”

 

Spezzoni del romanzo racconta di mio fratello, morto suicida a ventiquattro anni:
“Avevamo scoperto la sua diversità, quei momenti di assenza che gli procuravano diversi pericoli, quando guidava la macchina, specialmente di notte, ma non ci siamo accorti della sua depressione di fondo che lo macinava fino allo sfinimento.
Io che passavo momenti non felici al lavoro, nella mia famiglia non trovavo più le parole.
Non sapevo più cosa cucinare, quali dolci preparare per addolcire la sofferenza, per continuare a credere che la vita è bella e merita di essere vissuta.
Comprò una moto. Era contento perché lo rendeva autonomo. Usciva spesso, girava entusiasta.
Un giorno mi trovavo nel traffico e vedo uno con la moto che sfreccia all’impazzata. Aveva la giacca rossa e nera che indossava di solito mio fratello, ma no volevo credere che fosse lui. Lui, che era un tipo prudente e rispettoso delle regole.
Che incosciente, ho pensato.
Quando gliel’ho detto, mi ha sorriso divertito.
Mi fece innervosire, spaventare. Irresponsabile! Viziato?
La sua storia scritta in codice diventava un romanzo da decifrare, ma ero sprovvista della chiave di lettura e sempre impegnata nella mia voglia d’integrazione, sempre con quel mio lamento continuo. Non riuscivo a pensare che ci fosse un problema più grosso del mio.
Quel giorno della gita sul promontorio del mare ho capito che faceva sul serio…….
Più cercavo di allontanare l’idea e più la paura si faceva strada dentro di me, anche se non volevo aprirle la porta dell’anima. Conoscendo i terremoti, pensavo fosse solo un po’ scosso come tutti coloro che subiscono i terremoti. Anche se si rompeva qualcosa dentro di noi, cercavamo sempre di rimediare, di alzarci da sotto le macerie.
Malandati, impolverati, ma senza pensieri fissi.
Il suo invece era diventato un pensiero fisso…………..
Mi dava speranza il fatto che si curasse. Non era una cura per la depressione, ma speravo che, passati i sintomi di quel malessere, si sarebbe sentito meglio e con più speranza dentro.
Anche se tornava sempre sulle stesse cose come a cercare un’uscita dal tunnel.
Insistevo perché andasse da qualche psicologo o psichiatra, ma lui non ne voleva sapere.
Era bravo a salvare le apparenze.
Poi all’improvviso diventò un’altra persona. Usciva, cercava compagnia, voleva divertirsi e godersi la vita, tanto che ripensavo a quell’estate come a un brutto sogno.
Cominciavo a sperare che potesse superare tutto.
Aveva però iniziato a soffrire di una forma di persecuzione, che a me non sembrava normale: una forma di persecuzione a fondo mistico. Io non potevo contraddirlo perché altrimenti se la prendeva anche con me…………
Con la primavera cambio tutto di nuovo. Diventò depresso, solitario.
Abbiamo anche cercato di lasciarlo solo per darli fiducia, per credere in lui. Ma al ritorno lo trovavo sconvolto dalla tristezza. Nel silenzio. Troppo silenzioso per poter stare tranquilla.
Cercavo distrazione, pensando alle mie cose.
Ma riuscivo solo a rimanere ferma lì con la mente.
Che gli stava succedendo? Che aveva dentro? Che cosa stava venendo verso di me?
Pensavo con paura alla mia paura. Rimanevo immobile, paralizzata dalla sua testardaggine. Pensavo bastasse il nostro amore per poter rimediare.”

 

Oggi, invece, esistono risorse farmacologiche, psicologiche e sociali adeguate quindi…perché non lottare e fare in modo di risolvere il problema di gestione che esiste tra la conoscenza che abbiamo della malattia e il modo in cui la mettiamo in pratica?
Dobbiamo impegnarci tutti attivamente in questo compito affinché, una volta per tutte, le persone affette da una malattia mentale possano cambiare le loro vite, vivere senza paura il rifiuto e non avere alcuna vergogna per la propria condizione. Si tratta di una lotta per la loro dignità. Questo dev’essere il nostro obiettivo principale e si può fare cominciando dalla lotta allo stigma e la prevenzione tramite la diffusione della conoscenza tra i giovani e gli adolescenti”.

 

Liliana Gheorghe
Scrittrice e traduttrice presso Arpeggio libero editore, mediatore interculturale

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